La luce bianca del sole, in quella gelida mattina, si tingeva di rosso passando attraverso le tende alle finestre del Galletto Sbronzo, il bordello più rinomato dell'intera Scentiar. Nella stanza l'aria era tiepida e profumata, a dispetto dell'esterno, e tutto appariva confortevole ed avvolto in un’ovattata tenerezza. Madame Loupelee Desamesdescoeurs, la tenutaria, era intenta a canticchiare una canzoncina tra sé e sé mentre disponeva le lenzuola pulite all'interno di un grosso cassettone in rovere; dai panni disposti impilati sul letto si alzava una leggera fragranza di lavanda. Fu in questa atmosfera idilliaca che il bucato, all'improvviso, si mise a parlare.
- Ma non c'era proprio altro posto per appoggiare i panni?- disse la voce di Noctulis Desmortes da sotto una pila di asciugamani. Loupelee continuò a canticchiare tra i denti, per tutta risposta; si udì un piccolo sbuffo dello stregone, infastidito, che riprese subito a parlare.
- Dicevo, non c'era altro posto per...
- No – rispose Loupelee sorridendo a malapena, dolce e laconica al tempo stesso.
- Non potresti appoggiarli da...-
- ... un'altra parte? No. Li ho sempre appoggiati lì. È comodo.
Noctulis mugugnò qualcosa da sotto i panni, soffocato, riguardo alla comodità. Quella situazione lo infastidiva alquanto, e oltre al danno si aggiungeva pure la beffa. Udendo le deboli lamentele, con fare compassionevole, Loupelee continuò il suo lavoro chiacchierando amabilmente.
- Mi dispiace che si trovi male, amato ospite, ma purtroppo il lavoro qui va avanti e non possiamo certo bloccare gli affari perché lei non è ancora in grado di alzarsi da letto. Letto che, tra l'altro, ho sempre usato per appoggiare i panni da sistemare, e non smetterò certo perchè c'è qualcuno dentro, chiaro?
- Trasparente- commentò Noctulis. - Se però vi metto davvero così in difficoltà, posso anche andarmene.
Loupelee sprimacciò un piccolo cumulo di lenzuola, poi avvicinandosi al letto del ferito sollevò gli asciugamani sul suo volto. Il viso scarno e bendato dell'incantatore la guardava ad occhi sgranati.
- Da quando mi dai del voi, tonto?- chiese con un angolo della bocca arricciato.
- Non mi riferivo a lei, ma a tutto il casino.
- Bordello.
- Giusto, bordello.
- E da quando mi dai del lei, che mi sento vecchia?- continuò la donna, ergendosi sopra di lui, i panni sotto braccio ed il generoso seno buttato orgogliosamente in fuori.
- Me lo impone la mia educazione, come non chiamare qualcuno tonto se non ci sono in confidenza.
- Oh, ma noi siamo in confidenza, quindi dammi del tu.
Noctulis strinse i denti con forza, innervosito. Quella donna era tremenda, gli teneva testa colpo su colpo, e sembrava non lasciargli vie di fuga in nessun argomento. Cedette digrignando.
- Va bene, le darò del tu.
- Mi darai del tu.
- Ti darò del tu.
- Bravo, scricciolo. E comunque da qui non te ne vai, non sei ancora in grado di rimetterti in piedi – concluse portando gli asciugamani puliti nel cassetto.
Lo stregone non ci stava a essere trattato a quel modo, con quella sufficienza e supponenza. E poi aveva urgenza di andarsene; nonostante i dolori del corpo, in quei pochi giorni, non fossero diminuiti, quelli che sentiva nel petto erano sempre più forti. La Morte, la sua maledizione, esigeva il suo compenso, e Noctulis scoprì che ci teneva molto a rimanere al mondo. E di sicuro non a quel modo, in quel posto.
Con un moto d'orgoglio si gettò fuori dal letto, rovesciando a terra tutti i panni, e poggiò con forza i piedi bendati sul pavimento. I muscoli, intorpiditi dai giorni di letto, non ressero il suo stesso peso, ed i punti applicati sulle ferite si riaprirono schioccando. Noctulis cadde subito riverso sul pavimento, rantolante, con chiazze rosse che si riaprivano sulla tunica come fiori che sbocciano. Loupelee imprecò tra i denti, vedendo la scena, e si accostò verso l'uomo a terra aiutandolo a rialzarsi.
Si allontanò quando vide che l'uomo la scacciava fermamente con un gesto della mano, e guardandola con occhi furenti. Vide un individuo irato con sé stesso, con la sua inadeguatezza alle situazioni, con la sua cocciutaggine, e che tuttavia non abbandonava il suo orgoglio neanche in un tale frangente. Noctulis puntellò le mani sul bordo del letto, poi si issò sopra a fatica, senza un gemito, e si gettò di schiena con forza sul materasso; con il volto piantato verso il soffitto, respirava rumorosamente, ma senza in alcun modo dare l'impressione del dolore che sentiva.
Loupelee scosse la testa, uscendo dalla stanza per chiamare un cerusico e qualcuno che ripulisse. “Stupido”, pensò.
* * *
Padre Koetari lavorava in silenzio nella piena luce del giorno che filtrava dalla finestra aperta della stanza del Galletto Sbronzo; aveva provato inizialmente a fischiettare qualcosa tra sé e sé, ma quelle poche note erano cadute in un vuoto talmente pesante ed opprimente che aveva deciso di smettere, visto che il suo stesso motivetto lo disturbava. La tenutaria del bordello, madame Loupelee, stava in piedi a braccia conserte dietro la testiera del letto, con un’espressione grave ed irritata sul viso; il paziente, invece, tale Noctulis, giaceva nel letto silenzioso, scrutando il soffitto tra le bende con occhi che potevano bucare la pietra da parte a parte. Era la seconda volta che gli metteva i punti alle stesse ferite, ed ammise a sé stesso che lo preferiva privo di sensi, piuttosto che in quel modo.
“Meglio finire in fretta ed andarsene”, pensò continuando le medicazioni sul corpo scarno e magro del ferito. Quei due lo inquietavano alquanto, con quel silenzio così pesante e denso di parole represse; che fossero d’ira, di disprezzo o di reciproco odio non lo sapeva, ma era consapevole che nel momento in cui avrebbero aperto bocca lui avrebbe preferito essere a farsi un goccetto altrove, molto lontano.
- Le consiglio il massimo riposo, messere, non provi sforzi eccezionali ancora per un paio di giorni… - bisbiglio tremulo il sacerdote, con la paura e la tensione che gli attanagliavano le budella. E quando poi la mummia innanzi a lui mosse leggermente le labbra sottili e violacee, pensò addirittura di svenire.
- Lo farò di sicuro, messere, non si preoccupi…- sussurrò invece con voce ferma Noctulis, senza alcuna traccia di acredine; il cerusico trovò solo una leggera vibrazione nella sua voce, come un nodo rabbioso in gola.
- Il suo intervento è stato provvidenziale, padre Koetari. Quando scende le mie ragazze saranno ben liete di offrirle un buon bicchiere di rum bianco - disse invece cortesemente la tenutaria, senza che però la sua espressione mutasse, senza nemmeno la minima traccia di un sorriso.
Padre Koetari aveva la fama di ubriacone e di non essere troppo sveglio, eppure era comunque un figlio di Scentiar, e se c’è una cosa che i vicoli della Perla del Sud ti insegnano è: impara a sentire che aria tira. E quella era la quiete prima della tempesta, una tempesta che ci avrebbe messo chissà quanto tempo a scoppiare, e chissà quanto aveva ancora da gonfiare. E si sa, più la quieta è lunga più la tempesta è pericolosa.
- Con permesso- borbottò il cerusico raccogliendo i suoi ferri e le bende avanzate, ed alzandosi con un piccolo scatto dalla sedia accanto al letto. Fece un rapido saluto con la testa ed imbroccò la porta della stanza rapido come una mangusta.
Gli dispiaceva per il rum, ma forse era meglio bere qualcosa a casa.
* * *
Noctulis guardava fisso il soffitto, in silenzio, sotto le lenzuola di lino. Sentiva il tocco fresco delle bende nuove sulla pelle martoriata, traendone un minimo sollievo. La testa vagava da qualche parte tra il cuscino ed il mondo esterno, persa in chissà quali pensieri, anche se gli occhi tradivano una concentrazione inusuale. Loupelee, invece, camminava per la stanza rassettando le cose spostate da padre Koetari per deporre i suoi attrezzi e curando l’aspetto dell’ambiente; l’espressione era assorta e vagamente pungente, irritata, ma dalle labbra carnose della donna non usciva nemmeno un sospiro.
Il silenzio sarebbe potuto durare fino alla sera, quando la tenutaria chiuse le ante della finestra che cigolarono, restituendo importanza al traffico scentiarita con il suo carico di urla, strepiti e rumori vari, che fino a quel momento avevano taciuto rispettosamente e timorosamente. Noctulis si volto rotolando la testa, a vedere la luce che scemava lentamente nella stanza, lasciando spazio alle strie luminose filtrate dalle imposte e dalle tende rosse.
- Spero sarai soddisfatto, adesso- disse Loupelee in un soffio, con un tono vagamente innervosito.
- Come no- ridacchio lo stregone lugubremente – stare steso in un letto tutto rattoppato è il mio ideale di vita. Anzi, guarda, ti ringrazio.
Loupelee imprecò fra i denti, continuando a rassettare la stanza e senza degnare l’ospite di uno sguardo. Nella sua voce risuonava un tono infastidito ed un debole tentativo di intimidirlo. Dopotutto quello era il suo bordello, ed era lei che comandava.
- Hai capito cosa intendo, non continuare a fare il duro per forza, o rischi di farti male con me.
Noctulis sbuffò, anche lui leggermente infastidito da tutto quel parlare; rotolò di nuovo la testa come per distogliere lo sguardo verso il muro, quindi la sua voce si rivelò fredda e tagliente.
- Non ho voglia di stare qui, e tanto meno di essere un peso, mi sembra il minimo…
- Ma qui ci devi stare comunque, perché non ti posso ributtare sulla strada in queste condizioni, questo lo capisci, sì?- intervenne Loupelee di getto, voltandosi a fronteggiarlo e facendo qualche passo verso il letto, a voce leggermente più alta. Aggiunse in fretta: - E guardami mentre ti sto parlando!
L’uomo si prese qualche momento prima di rispondere, girandosi a guardarla negli occhi. Erano scuri e profondi, incorniciati da un trucco sapiente che li rendeva splendidi, ma Noctulis seppe in un istante che quegli occhi erano abili ad ammaliare come a distruggere qualcuno, ed in quel momento non erano neanche lontanamente furenti come si immaginava potessero essere.
- Non l’ho chiesto io di stare qui, te lo ripeto- disse lentamente lo stregone. “Sia a tornare in strada che a rimanere qui morirò comunque, se non mi invento qualcosa”, pensò fra sé e sé.
- Beh, ma visto che ci devi stare e che non vuoi essere un peso cerca almeno di collaborare, sono stata chiara?
Le parole che la donna gli verso addosso con una leggera smorfia di disgusto fecero pensare Noctulis. Alla fine aveva senso. Se fosse rimasto buono il tempo necessario a guarire ed a poter tornare sulla sua strada sarebbe stato meglio per tutti; lui sarebbe potuto tornare alle sue occupazioni come l’intero bordello alle proprie. Ognuno per la sua strada, ognuno per conto suo. Forse avrebbe dovuto ingoiare qualche rospo, ma almeno era il modo più sicuro per rimettersi in sesto. Sospirò dolorosamente.
- Farò come dici, e farò il buono- disse chinando leggermente la testa sul petto. La donna lo guardò trionfale, con le mani sui fianchi ed un sorriso a trentadue denti che gli sbocciò rapido sul viso.
- Visto? Non è così difficile – disse incamminandosi verso la porta. – Come vorrei che anche le mie ragazze fossero sempre così comprensive…
Detto questo Loupelee diede un pugno sulla porta che risuonò in tutta la stanza, facendo sobbalzare Noctulis sul letto. La donna aprì la porta di scatto, urlando nel corridoio a pieni polmoni.
- … e facessero quello che gli viene detto di fare, ovvero lavorare lontano da qui!
Lo stregone sentì numerose risatine e passi veloci delle ragazze del bordello che si allontanavano da dietro la porta. La donna scosse la testa, uscendo, con un ghigno sul volto.
- Almeno tu cerca di essere bravo, va bene? – gli disse uscendo e salutandolo, chiudendosi la porta alle spalle.
Noctulis guardò la porta chiusa stupito e rintontito dagli ultimi rapidi eventi. Sbuffò ributtando pesantemente la testa sul cuscino e tornando a guardare il soffitto. Quel posto era strano ma lui ci doveva rimanere il tempo necessario per rimettersi in sesto, e poi se ne sarebbe potuto tornare ad ammazzare e quant’altro faceva in vita sua per compiacere madama Morte.
“Solo qualche altro giorno”, pensò nella luce rossastra del pomeriggio.
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I quattro procedevano con passo lento verso la kampa, mentre lo sguardo mezzo addormentato del grasso bue scrutava quegli strani individui che si stavano avvicinando.
- E’ questa? Mi aspettavo qualcosa di più grande… - iniziò il ragazzo dalla cappa rossa.
-… io qualcosa di più rosso, beh più alemarita…- proseguì la ragazza dai due pugnali.
-… io speravo ci fosse almeno un paio di cavalli.
Terminò il più giovane dalla folta barba.
- Siete buoni solo a lamentarvi? Non credevo che un gruppo di ventura potesse essere così schizzinoso…- mentre Zadnja scuoteva la testa dai folti ricci.
Entrati dalla porta di legno, massello si ritrovarono di fronte ad un piccolo soggiorno al suo centro un tavolo e alcune sedie, vi erano, poi, due camere una a destra mentre l’altra a sinistra.
- Ho solo due letti, e se per te Sedma va bene, le lascerei a Samuel e Izzie, poiché mi sembrano molto provati… soprattutto dopo l’ammutinamento dei maskirajuci.
- Che???- Il giovane guerriero lo fissò con occhietti piccoli piccoli.
- Vuol dire sathoriani Sed, in alemarita.- rispose la ragazza per lui.
- Ahhh… e te Zadnja non puoi parlare potabile?? Si dai… mi sta bene- subito dopo lanciò un’occhiata di sfida verso Samuel.- Anche se un letto non mi dispiacerebbe…- E con un sorriso beffardo mise una mano sull’elsa della spada.
- Oh oh! Pazzo di un alhazharita! Non ci provare, guarda che ho la mano calda eh!
Zadnja bloccò i due prendendoli per le braccia e stringendoli in una morsa di ferro.
- Patti chiari e amicizia lunga, provate a danneggiare questo carro e ve la dovrete vedere con me.
- Sedma te vai di là! Samuel, tu ed io divideremo la camera.
La voce della ragazza arrivò a degli acuti incredibili che per qualche attimo stordirono i tre per poi tornare più calma.
- Comunque… grazie di tutto Zadnja.
- Izzie sei sveglia?- Sussurrò lieve l’incantatore ma abbastanza forte da farsi sentire.
- Si… questo tratto è troppo sconnesso perché dorma. Te come mai non dormi?
- Mah… stavo pensando su Zadnja… è un tipo strano non trovi?
- Se per strano intendi tutti quelli che sono in pratica uguali a Sedma, si allora è strano! Anche lui è un rissaiolo che nel campo di battaglia sa farsi rispettare, non come l’invincibile Isi, ma non è male!
- Sicuramente hai ragione… pensa se invece fosse una spia sathoriana che lo stesso Willy gli ha ordinato di starci alle costole e di seguirci in ogni nostro movimento…
Ci fu qualche secondo di silenzio, poi i due scoppiarono in una fragorosa risata.
Una buca un po’ più profonda fece sobbalzare nuovamente il carro, e dalla mensola sopra al letto cadde qualcosa che si adagiò perfettamente sopra il volto di Izzie, la quale ebbe come istinto incondizionato di alzarsi, facendo terminare così la caduta della maschera a intero volto.
- Ma è una maschera!
- Samuel, perché invece di dire ovvietà non guardi un attimo qua sopra?
Solo allora anche il giovane si rese conto della lunga fila di maschere appese alla parete, ve ne erano a decine.
Una seconda buca fece aprire un piccolo armadio e fuoriuscire un cassetto da un piccolo mobile dal quale fuoriuscì una moltitudine di corone con strane effigi lungo tutto il pavimento.
- Izzie quelle le ho già viste cucite su vesti scarlatte! Sono come quelle di Viligelmo o Estrella! Sono quelle degli spadaccini della settima corona!
Lo sguardo della ragazza era stato attirato da stoffe volteggianti dai mille colori che erano cadute anch’esse al suolo. Vi erano sopra diverse araldiche: alcune con dadi, altre con monete o albatri neri, altre ancora con lupi o delfini e ve ne era anche una, forse la più rovinata, che raffigurava un giglio dorato.
I due udirono lenti passi che facevano scricchiolare le vecchie assi, e presi come da una frenesia cercarono di riporre tutto al suo stato abituale.
- E’ tutto apposto? Ho sentito diversi rumori e mi ero preoccupato…
- Fermo non un altro passo!
Samuel si mise davanti a Izzie come per farle da scudo, mentre dalla mano destra fuoriuscivano piccole scintille dei sette colori dell’arcobaleno.
- Credo che tu ci debba delle spiegazioni Zadnja.- poi aggiunse lo stregone.
- Credo che la cosa sia reciproca.
- … e dopo aver viaggiato con questo gruppo di alemariti per un breve periodo, mi hanno indicato la via per andare al convivio che si è tenuto presso le lande sathoriane, dove, se non sbaglio, vi ho visto per la prima volta, e poi ho seguito questo gruppo mercenario. E questo è tutto, sempre se credete ancora alle mie parole.
- E allora tutta questa roba come la spieghi?
La ragazza indicava alcune di quelle strane “reliquie” che avevano visto prima più altre che invece avevano trovato in seguito nella camera di Sedma, tra cui vari stemmi di albatri neri, kefie multicolori e simboli di testuggine draconica.
- E’ tutta finta… probabilmente questa kampa serviva da “magazzino” per un wagon più grande. Sempre quegli alemariti mi hanno detto che la vendita di finti trofei è un mercato molto remunerativo.
- E allora perché non li butti via?- L’assonnato Sedma riuscì a terminare per poi fare un grosso sbadiglio.
- Perché… è come se fossi legato a questa paccottiglia… vi sembrerò stupido forse…
- Mah…- Izzie si alzò in piedi e s’indirizzò vero la camera, dove prima riposava.
Balbettò incerto sul da farsi Samuel, mentre con la coda dell’occhio osservò i movimenti di Izzie.
- Credo… che ti dovremmo delle scuse…
Poi Sedma sembrò svegliarsi completamente dal torpore:
- Io non ho mai dubitato di te… ho sempre pensato che fossimo simili, anche se te tendi a essere più protettivo e meno iroso.
- Mi sembrate i primi a preoccuparvi per il sottoscritto, poi parte delle colpe dipendono da me, vi avrei dovuto avvisare. - Zadnja guardò i due con un sorriso rassicurante.
- Sei triste?
Con un sorriso sornione Zadnja percorse con un dito il collo della ragazza che non lo aveva sentito arrivare, fino ad arrivare al mento.
La ragazza dapprima sorpresa della visita inaspettata divenne rapidamente più acida colpendo ripetutamente il petto del guerriero con le mani, senza che lui reagisse.
- NON CI PROVARE MAI PIU’!
- Almeno non pensi più a ciò che ti fa stare male. - ridacchiò lui.
- E chi ti dice che io sto male?
- Mia cara indovina, non ci vuole un genio per vedere che c’è qualcosa che non va… Ancora non sei sicura delle mie parole?
- No… non è quello, stavo solo riflettendo che nonostante le nostre differenze, il nostro passato è uguale…
- Ovvero? Zero assoluto anche per te?
- Esatto.
- E allora ti tormenta così il passato? Se vivrai pensando sempre a chi sei stata, non vivrai mai veramente. Ma perché t’importa tanto, scusa?
- Perché… ho paura possa far crollare le mie poche certezze che ho al momento.
- Ricordati… se incontri un dio, uccidilo; se incontri un tuo antenato, uccidilo; non avere costrizioni. Non essere schiavo di nessuno. Vivi semplicemente per la tua vita.
La voce di Samuel arrivò limpida nella camera, dove i due stavano parlando, mentre sentivano il carro arrestare la sua avanzata.
- Siamo arrivati!
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Tutte le mattine verso le undici, ancora avvolta dalla sua ampia veste da camera, Hélène scendeva lentamente lo scalone fino alla sala grande, pregustando già il momento in cui si sarebbe seduta al tavolo dove la luce filtrava più luminosa dalle imposte tinte di rosso, pronta per far colazione con Madame… sicuramente a quell’ora aveva già dato precise disposizioni alla cuoca, così che non avrebbe avuto più bisogno di chiederle nulla fino al mattino successivo e Hélène l’avrebbe trovata già attiva e pronta per iniziare a godersi la giornata.
L’ultima a coricarsi, la prima ad alzarsi. Madame era fatta così. Quel posto era davvero tutto il suo mondo.
Tuttavia, quella mattina Hélène non trovò la sua maitresse al solito posto dietro il bancone, intenta a sistemare quel che serviva loro per iniziare degnamente la giornata, ovvero una grossa tazza di tè corretto con il rhum per la sua protetta e una di densa cioccolata fumante aromatizzata al liquore d’arance per se stessa, con annesso piattino di dropped scones con crema di nocciola e biscotti alla cannella.
La sala era apparentemente sprofondata nel silenzio, e ciò suonava quasi stridente alle orecchie di Hélène. Improvvisamente, poi, la ragazza si diede un buffetto sulla tempia: ma certo, adesso Madame aveva un ospite da accudire. Probabilmente era su da lui a portargli la colazione.
Erano passati alcuni giorni da quando quel misterioso ospite aveva preso alloggio in una delle stanze che Loupelee riservava unicamente a chi avesse molta grana da spendere, e ancora non ci aveva fatto l’abitudine. Dopotutto, la sua stanza era dall’altra parte del corridoio, quindi non doveva passare davanti alla porta del bell’addormentato, come lo chiamavano le ragazze, o del morto in piedi, come lo chiamava Madame, e non poteva sapere che cosa stesse succedendo là.
Una cosa era certa, però: dentro quella stanza entrava solo ed esclusivamente Loupelee. Solo a lei, Hélène, era permesso entrare per dare una mano quando la sua signora era dentro, ma solitamente non ce n’era bisogno. La porta della stanza dell’ospite era sempre chiusa a chiave e la fanciulla non avrebbe saputo dire se era per non farlo scappare o per non permettere a nessuno di entrare in contatto con lui, o per entrambe le cose.
Da quel che aveva capito, il paziente era piuttosto indisciplinato, benché sembrava si fosse quasi rassegnato a rimanersene buono buono in attesa che le sue ferite guarissero del tutto.
Hélène salì al piano di sopra, poiché non le piaceva fare colazione da sola, e passò dinanzi alla porta della stanza degli ospiti. Chiusa, naturalmente. Alzò la mano per bussare, ma il gesto si interruppe a mezz’aria.
- Ma piantala di lamentarti come una mocciosetta!
- Voi non farete niente del genere!
- Oh, ma sentilo, il signorino! Se ti alzi in piedi e ti agiti come al solito non guarirai mai, ti è chiara l’antifona? Oppure hai preso questo bordello per una casa di cura?
- Io non mi faccio prendere in braccio per andare alla latrina da nessuno! NESSUNO! Tantomeno da VOI!
- Sta bene! Se cadi o me la fai per terra ti lascerò marcire lì finché non avrai leccato tutto il pavimento!
- BENE!
- BE-NE!
La fanciulla si scostò delicatamente dalla porta, abbozzando un sorriso vagamente imbarazzato e divertito. No, per quella mattina era meglio non disturbare.
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Ah…!
Che mal di testa…! Mi sta quasi per esplodere …
…quanto è buio…
…dove mi trovo?
Il giovane aprì gli occhi tra le tenebre notturne e tentò di rimettersi in piedi barcollando. Non riusciva a mantenere l’equilibrio, probabilmente perché non aveva usato le proprie gambe da diversi giorni.
Quando ebbe finalmente recuperato la stabilità, si rese conto di essere circondato dalla roccia; una grotta a cielo aperto gli bloccava ogni via di fuga.
Facendo mente locale, il ragazzo sembrava ricordarsi a stento solo il proprio nome, un nome orientale: Zadnja Nada; non aveva altra memoria, non sapeva quale fosse stato il suo passato e, nella situazione in cui era, se avesse mai avuto un futuro.
Con la testa ancora dolorante e il passo malfermo decise di esplorare la zona e, poco distante da dove si era risvegliato, trovò qualcosa.
Era una piccola carovana che poteva al massimo contenere due persone, senza cavalli o altre bestie da soma.
Cosa diavolo ci fa qui questo vagon?
Si avvicinò lentamente all’imponente veicolo, colto da curiosità e da un’ingenua speranza di poter trovare qualcuno. Possibilmente vivo.
Girando in un po’ intorno si rese conto che si era sbagliato: c’erano due cavalli, o meglio, ciò che rimaneva di loro. Dal polveroso suolo facevano capolino due macabri teschi dalla forma allungata, e, attaccati a essi, tutto il resto degli scheletri.
Ed io che pensavo di essere l’unico sfortunato a essere rinchiuso in questa grotta, i proprietari di questa carovana mi hanno battuto in diversi mesi!
Era ancora pensieroso sul d farsi quando la testa iniziò a pulsargli violentemente, provocandogli un fitto dolore intenso. Cos’è che faceva così male? Forse una ferita che aveva riportato…magari chi lo aveva rinchiuso, prima che finisse segregato in quel luogo, glie ne aveva date di santa ragione. Si mise una mano tra i riccioli, verso il punto dolorante, ma non trovò nulla.
Lo sguardo gli ricadde di nuovo sul piccolo carro. Per non pensare al dolore, vi entrò. Appena aperta la porta, il suo primo pensiero fu di trovarsi davanti altri cadaveri, magari anche di bambini, ma si sbagliò di nuovo. Il vagon era vuoto.
A quanto pare se vi erano passeggeri a bordo devono essere riusciti a fuggire. Ma come diavolo hanno fatto, mi chiedo.
Per quanto fosse improbabile, l’interno del mezzo era in ordine, nonostante un velo di polvere ricoprisse ogni cosa contenuta. Il veicolo era diviso in tre parti: due stanze da letto ai due lati e una specie di disimpegno nel mezzo. Per quanto gli potesse essere strano, quella carovana aveva qualcosa di familiare, e, rapido andò furtivo come un ladro a perlustrare le due stanze e rimaste. Fu sorpreso nel trovare diversi oggetti ancora in buono stato, tra cui un’armatura e una grossa lama che subito impugnò. Si sentiva meglio ora, più sicuro, come se avesse riconosciuto una cara amica dopo tanti anni.
Mi chiedo perché abbiano lasciato tutta questa roba.
Lo stomaco gli ruggì come un leone affamato e solo allora si rese conto che probabilmente erano giorni che non mangiava.
La sua priorità ora era trovare un’uscita da quella gabbia. Percorse tutto il perimetro tastando ogni singola roccia per verificarne la loro stabilità fino a quando non si trovo di fronte ad un enorme masso di notevoli dimensioni con una pergamena posta su di esso, e dall’altro lato spirava una leggera brezza: la libertà.
La ragione lo avrebbe spinto a rinunciare: neanche tre persone ben piazzate sarebbero riuscite a smuoverlo, ma vinse il suo istinto. Cominciò a spingere con tutte le proprie forze. Per il primo minuto sembrava tutto inutile, poi un po’ di polvere cominciò a cadere dal masso. Dopo poco, l’uscita fu libera.
Accidenti…che fortuna, doveva essere una pietra parecchio leggera, altrimenti non l’avrei mai fatta!
Fuori la notte era accogliente. L’aria gli pareva ora più dolce che mai, il terreno soffice come un cuscino; ma questi suoi pensieri durarono pochi attimi poiché il suo sguardo fu catturato da una misteriosa macchia nera che si muoveva dietro ad un cespuglio poco distante da lui.
Impaurito dalla nuova minaccia, rientrò velocemente dentro la kampa, dove ritrovò lo spadone, e lo brandì uscendo nuovamente all'esterno della grotta. Si avvicinò alla creatura più furtivamente e quando fu a portata, fece per caricare un colpo verso di essa; ma a quella distanza riconobbe che quell’ombra non era altro che un vecchio bue che stava mangiando dei frutti caduti da un albero poco distante.
Di bene in meglio! Ho il cibo, un carro e qualcosa per trainarlo! Forse sono rimasto simpatico a qualche divinità!
Passarono tre giorni di lunghi viaggi, con il suo nuovo vagon rimesso in marcia e tante domande nella testa. La terza notte si rese conto, però, che il luogo che aveva intorno era più familiare del solito; saranno stati qualche pietra particolare, qualche albero dai rami strani o forse una singolare grotta che cingeva la terra come una corona a fargli credere che stesse viaggiando in tondo.
Quella sera, non molto distante, una debole fiamma illuminava le dense tenebre. Zadnja assicurò l’animale con una corda a un albero, e vi si avvicinò.
Finalmente altre persone! E di solito, dove c’è, qualcuno con un fuoco acceso, c’è anche del cibo!
Lo stomaco rispose con un rumore sordo al pensiero.
Zadnja si avvicinò a piedi al piccolo accampamento che si stava sempre più mostrando, con l’armatura di pelle scura e la spada in pugno. Non si è mai troppo prudenti.
Più si avvicinava e più uno strano frastuono, come in una litania, lo travolgeva lentamente. A un primo ascolto sembrava che centinaia di gatti fossero stati spellati vivi, ma si ricredette dopo qualche passo, riconoscendo in mezzo a quei guaiti e ragli alcune parole.
Stette ad osservare quelle strane figure che ballavano e bevevano tutt’intorno al falò, quelle bizzarre genti rosso vestite gli suscitavano come una sorta di malinconica tenerezza.
Continuò la sua avanzata di qualche altro metro, non rendendosi conto che questa volta i suoi passi erano stati sentiti da una sentinella vicina, che gli si fiondò contro tirandogli un poderoso fendente con la propria lama ricurva. Zadnja d’istinto chiuse gli occhi. Temeva che, riaprendoli, avrebbe visto la spirale delle anime…
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giovedì, 12 marzo 2009 - 15:01
In --->
crocevia
Era arrivato il giorno. Il crocevia era quello di Corcovlad, il più importante per la festa di mezz’estate e Veliar attendeva che Talitha gli portasse la bambina. Oh, ne aveva ormai una da sua moglie, la piccola e placida Malusha e quella era davvero una bella bambina. Chissà, come e quanto era cresciuta Yelena. Ma rughe di apprensione aggrottavano la fronte; Luchretia non l’aveva presa bene, quel giorno, quando gli aveva detto che Yelena sarebbe stata affidata agli Oghareva ad ogni crocevia. O meglio, non aveva proferito parola se non un “Bene”, detto in modo tanto gelido da fargli venire la pelle d’oca. Scrollò il capo e attese, con la schiena poggiata al tronco di un albero, fischiettando un motivetto. Si mise ben eretto, annuendo, appena vide uscire Talitha dal vagon di Baba Semetzina, mano per la mano con uno scricchiolino di un anno e mezzo. Mentre si avvicinavano cominciò a sorridere, incosciamente. La piccola Yelena era un frugoletto paffutello, con scarmigliati capelli scuri e un pagliaccetto rosso. Camminava appena mano nella mano della mamma ma già da quella distanza la si sentiva gorgogliare risate e che risate. Sembrava una bimba allegra. Talitha sorrideva gentilmente, anche se dagli occhi arrossati si poteva capire che aveva pianto. Veliar alzò un sopracciglio, in tono di domanda, ma Talitha scosse la testa, stringendo le spalle e prendendo la paffuta bambina in collo.
- Insomma, è arrivato il momento. Ogni crocevia, eh?
- Già. Così vogliono le baba.
- Bene. Quindi al prossimo è di nuovo mia. Tieni la mia bambina. Mi raccomando, badate a lei. È la prima volta che me ne separo. Stati attenti.
- Sisi, tranquilla Sestra!!! Ci penso io alla piccolina!!! Su Yelena, vieni con me, piccolina!!
Portò lo sguardo sulla bambina, e questa si stringeva alla madre, guardando strano il padre. Portò di nuovo lo sguardo alla giovane donna e questa annuì. Tese le manine paffute verso l’uomo, sempre sorridente, mentre Veliar la prendeva in collo. Talitha posò un bacio sulla guancia di Yelena. Per poi salutarla sorridente.
-
Pà Lena!!!
Forse non aveva capito, comunque la piccolina cominciò a scuotere la manina, allegra.
- Pà ma!!! Pà!! -
talitha si era allontanata, cercando di non voltarsi, quasi a voler dimostrare determinazione. Veliar scrollò le spalle, incamminandosi verso i vagon degli Oghareva, voltandosi verso la bambina, che lo guardava tra il curioso e il timoroso. Poi sorrise, con la bocca sdentata, indicando Veliar.
- Babun!!!!
Veliar strabuzzò gli occhi, facendo un sorriso sgangherato
-
No piccolina, io sono Veliar! Ve-li-ar il tuo papino!!!
La piccola ci pensò su per qualche istante, tirando poi un gridolino.
-Velial!!! Velial Babun!
- Nono, Veliar! Niente babun! Papà!
- Pà pà!!! Pà Babun!
Veliar sorrise, scrollando il capo. Si vedeva che era tutta sua madre. Si avviò verso i vagon Oghareva, che sarebbero rimasti fermi per qualche giorno, mentre gli Zora stavano già facendo i preparativi per ripartire. Teneva ancora in collo la bambina, quando questa cominciò a piangere come una ossessa, senza motivazione apparente.
-
Lena, piccola, che c’è?
- Waaaaaaaa mammaaaaa-
Ecco, preciso. Si era accorta che la madre non sarebbe tornata. Ma perché dovevano essere così mammoni????
-
La mamma è partita, ora devi stare con papino Veliar!
- Mamaaaaaaa
- Yelena?
Una piccola pausa, mentre la piccola diventava rossa come il pagliaccetto e prendeva fiato.
- MAMMAAAAAAAA WAAAAAA!!!!
Rimasto insordito dall’ultimo urlo, Veliar non sapeva cosa fare. Yelena piangeva e piangeva, inconsolabile. Aveva provato a darle un orsacchiotto, per distrarla, niente. A farle vedere gli animali, niente aveva addirittura provato a farle vedere qualche insetto o carcassa, con Malusha funzionava, ma con lei no. Non poteva andare da Lhucretia, se ne sarebbe risentita…l’unica cosa rimasta era Sua madre Josipina.. Disperato la fece scendere. gli sembrava di aver visto tra i vagon poco distanti la figura della madre così corse nella sua direzione lasciando la piccola lì. Pochi istanti, avrebbe atteso, disperata come era!
Veliar era andato e la piccolina singhiozzava, affranta, sola. Finchè non le passò davanti un gatto nero. Yelena smise immediatamente di piangere, tirando su con il naso e aprendo la bocca meravigliata. Il micio subito si strusciò a lei, e Yelena gli acchiappò la coda quasi con delicatezza e questi cominciò a camminare e con lei la bambina.
------------------------------------------------------------
Lhucretia Oghareva era nel suo vagon. L’espressione sul suo viso era fredda, quasi contrariata, mentre pettinava delicatamente i fini e biondi capelli della figlioletta. Malusha aveva quasi un anno ed era una bella bambina, dai grandi occhi azzurri, lo sguardo sempre pronto a catturare ogni particolare. Ma Luchretia stava pensando ad altro. Veliar, quello stupido Veliar, era andato a prendere l’altra sua figlia, di poco più grande della sua. Non ne era affatto interessata, No. Era molto risentita nei confronti di Veliar, in fondo era tutta colpa sua non della piccola. Ma non riusciva a farsi entrare in testa questa idea dello scambio al crocevia. Magari, doveva pure accudire l’altra, bah! Continuò a pettinare Malusha, che però sembrava aver percepito il nervosismo della madre e cominciò a piangere, per una scusa qualsiasi
- Su su Malusha, shhh calma bimba mia…
subito la bimba smise di piangere ma i grandi occhi azzurri erano posati altrove. All’entrata del vagon c’era una bambina che gattonava sugli scalini, ancora troppo piccola per percorrerli da sola e vicino un micio che miagolava, dal manto nero. Il gatto andò a strusciarsi alle gambe della giovane fattucchiera, mentre la piccolina cominciò ad alzarsi in piedi, nel suo pagliaccetto rosso, gorgogliando una risata. Anche Malusha ne gorgogliò una nel medesimo istante, e la piccola dai capelli e occhi scuri si avvicinò a madre e figlia, con passo barcollante. Luhcretia sorrise nei confronti della bimba, mentre questa prese la manina di Malusha, stringendola nella sua.
-
Sesa!
- Cosa, piccina?
la piccola indicava Malusha, che rideva e ripeteva la stessa parola.
-
Sesha!
- Eh si, è una tua sestra! E tu chi sei? Lei si chiama Malusha e tu?
- Lena!
- Lena? Ma che carina che sei, vuoi giocare con Malusha? Ma mi raccomando sii brava, lei è più piccola di te!
- Piccoha! Zi!
Le due giocarono un’oretta con sassolini, pietruzze con tutto ciò che di strano c'era nella soba di Luhcretia finché ad entrambe non prese sonno le trovò addormentate insieme, una accanto all’altra sui vaporosi cuscini vicino al tavolinetto, una nella mano dell’altra. Luchretia fece spalluccia, e prese sia la piccola Malusha che Lena, mettendole a dormire nel piccolo lettino. Tornando nello stanzetto d’ingresso, Luchretia sentì un gran rumore e affacciandosi vide Veliar completamente sfinito e con la faccia stravolta.
-
Oddio Luchretia, non so che fare!
- Che è successo?
- Oddio, Talitha mi uccide!
- Calmati che è successo?
- Ho perso Yelena!!!
- Come?
- Ho perso sua…mia figlia!!! Oddio, mi uccide! Aveva un pagliaccetto rosso, capelli scuri, prima rideva, poi piangeva, sono andato a cercare la baba e puff! È scomparsa!
Luchretia strabuzzò per un attimo gli occhi, per poi fare un sorriso storto. Al fato non si comanda.
- Occhi scuri, parlicchia tanto, paffutella?
- ODDIO, L’HAI VISTA????
- è con Malusha, nell’altra stanza. che riposa.
-Oddio, sono salvo!
Dette quelle parole Veliar inghiottì a vuoto, vedendo l’espressione indecifrabile della giovane moglie.
-
Oddio, mica tanto… Mi spiace Luchretia, sono dispiaciutissimo di questa situazione, io…
Luchretia non lo ascoltava e si avviò nell’altra stanza
-
vado dalle bambine, non fare rumore o si svegliano . mangia pure qualcosa, CARO.
Veliar osservò la moglie andare nella stanza più grande, sbigottito. Sembrava averla scampata. Non si era accorto però del bambolotto così simile a lui nelle mani della donna, e il grande spillone stretto nella mano sinistra............
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Seconda parte! :) Malusha un po' più grande...
Anno 6, Era del Regno. Luna di Spica.
-
Malushaaaaa! Malusha dove sei?
La voce della donna risuonava fra le carovane, nel campo allestito per la giornata che brulicava di gente.
-
Hai perso la piccola di nuovo, sestra?
-
Si brat! Speravo fosse da te a giocare con i tuoi bambini ma vedo che non c’è!
- Non l’ho nemmeno vista stamane…mi spiace non poterti aiutare. Hai controllato verso il bosco?
- Gliel’ho detto mille volte di non allontanarsi troppo! Se ce la trovo stavolta mi sente! Malushaaaaa!
La bambina stava giocando vicino ad un gruppo di faggi al limite della radura. Le piaceva molto stare a cercare sassi colorati o a trovare le tane degli animaletti del sottobosco. Non si trovava bene con gli altri bambini e preferiva armeggiare da sola con qualche lucertola o con un piccolo topo essiccato con cui riusciva a intrattenere strambe conversazioni (!) che giocare con i ragazzetti della sua età. Il fatto che nessuno volesse seguirla vicino al bosco di notte o che i suoi amici non la salutassero più dopo che aveva seppellito il gatto (vivo) di una cuginetta, fece sì che la bambina non fosse trattata con molta empatia dai coetanei e si ritrovasse spesso a scavare piccole fosse dietro qualche carovana…
La voce della madre le giungeva chiara trasportata dal vento che faceva eco tra gli alberi, ma la piccola non l’ascoltava: aveva visto qualcosa fra le foglie, qualcosa che sembrava avere due occhi che la spiavano ed era curiosa di scoprire chi fosse…
-
Chi sei? C’è qualcuno là?
- Ciao tesorino…
Una voce di donna un po’ gracchiante giunse da dietro gli occhi bianchi…
Malusha fece un salto un po’ spaventata -
Ciao…mi hai fatto paura… Perché stai lì in mezzo alle foglie? Sei una fatina?
- Beh…si…posso esserlo per te…cosa ci fai qui tutta sola al margine del bosco?
Adesso la voce si era addolcita e chiocciava nascosta tra i cespugli.
-
Stavo cercando dei fiori da portare alla mia mamma! Ti piacciono? La bimba rivolse verso gli occhi tra le fronde il mazzolino di violette appena colte.
- Sono molto belli…posso aiutarti a coglierne degli altri!
- Magari!
-Ce ne sono molti dove sono io…vuoi?
- Mm…non lo so…la mamma dice sempre che non mi devo fidare di chi non conosco…
- Ma io sono una fatina! Le fatine sono buone! Dai vieni con me guarda che bei prati ci sono qua… una mano ossuta spuntò tra le foglie e scostò di poco i rami del cespuglio dove era nascosta. Malusha intravide un enorme prato fiorito molto invitante.
-
Dai, mi sento tanto sola qua, le mie sorelle non vogliono giocare con me perché non vieni tu?
La bambina era tentata e stava quasi per accettare l’invito, quando le fronde scostate fecero intravedere qualcosa di più del viso che circondava gli occhi. La pelle era pallida, quasi grigia e il sorriso sornione scoprì una bocca piena di dentini appuntiti…La pelle d’oca colse Malusha alla sprovvista che sentì un brivido gelido corrergli per tutto il corpo.
-
Io…no…non voglio…mamma... la piccola si guardò indietro cercando aiuto mentre pian piano tentava di allontanarsi.
-
Come non vuoi! Non vedi che i miei fiori sono molto più belli e colorati dei tuoi? Non vuoi far felice la tua mamma? Vieni a coglierli insieme e noi! Accanto al primo volto, altre due paia di occhi spuntarono tra il verde dei cespugli.
- No…non siete fatine! Non voglio venire! Mamma! Mammaaaaaaaaaaaa!
- Malusha! La giovane donna comparve alle spalle della figlia e la sollevò prendendola in braccio. Qualsiasi cosa fosse stata dietro le foglie era ormai scomparsa.
-
Malusha che è successo perché piangi?
- C’erano delle cose brutte nel bosco! Qualcosa che mi guardava!
- Quante volte ti ho detto di non allontanarti così tanto dalle carovane? Perché non mi ubbidisci mai?
- Scusa… volevo prendere dei fiori per te… ma mi sono caduti…
Lhucretia vedendo le lacrime della piccola e quanto fosse spaventata, le sorrise e la strinse a sé mentre ritornavano insieme verso l’accampamento.
-
Non importa, ne cogliamo altri insieme domani, va bene? Adesso andiamo a mangiare…
- Si! Viva!
Quella sera stessa Lhucretia si trovò a parlare con la Grande Baba vicino al fuoco. Mentre l’anziana fattucchiera le pettinava i capelli con uno dei suoi pettini fortunati, la donna fissava il fuoco scoppiettante bevendo un tè.
-
Dov’è mia nipote?
- Sotto le coperte. Ho lasciato Veliar con lei. Sono tornate. Ci hanno provato di nuovo.
- Lo so. Dobbiamo stare attenti. Anche se Malusha è una bimba forte, loro sono subdole…
…
I più maldicenti fra i conoscenti di Veliar erano pronti a giurare che sua moglie fosse una strega e che i suoi poteri divinatori provenissero dal fantasma di un antico stregone che si era impossessato da tempo della sua anima. Questa teoria era supportata perfettamente dall’aspetto della donna: Lhucretia era albina, come suo nonno.
Nonostante avesse pelle e capelli bianchi come il latte e gli occhi talmente chiari che guardandoli intensamente si potevano scorgere lievi striature di rosa, la ragazza era bellissima. Alta e dal fisico snello, avrebbe attratto gli sguardi di molti uomini solo camminando per strada. Sfortunatamente, a causa della sua anomalia, Lhucretia si abituò presto a vivere più di notte che di giorno, lontano dalla luce del sole che le avrebbe bruciato la pelle di alabastro. Fin da piccola prese come abitudine di uscire all’imbrunire e spesso la si poteva incontrare al margine del bosco nelle notti rischiarate dalla luna mentre raccoglieva erbe magiche e strani fiori per comporre le sue tisane e pozioni, o mentre tornava lungo il sentiero con una grossa cesta carica di piccoli rettili e qualche topolino. Fu la Grande Fattucchiera Josipina a far conoscere Lhucretia al figlio Veliar, affascinata dall’aria mistica della ragazza e dal suo animo gentile. La vecchia Baba pensava che potesse essere adatta per il figlio scavezzacollo, e sarebbe stata molto felice di avere in famiglia una persona così intrigante. In effetti, fu il classico colpo di fulmine tra i due giovani: Lhucretia fu attratta immediatamente dallo sguardo scaltro e dalla goliardia del giovane; Veliar fu attratto dal fatto che non ci aveva mai provato con una ragazza albina. Fatto sta che presto i due si sposarono ed ebbero Malusha molto giovani. L’unico problema che si presentò fu il carattere esuberante di Veliar che fece sì che l’uomo presto si stancasse della vita da padre di famiglia e lasciasse sole moglie e figlia per girare il mondo e scoprire posti nuovi per dare sfogo alla sua “vena da esploratore”, come la chiamava lui. “
Vado in cerca di ispirazione per le mie storie! Non riesco a pensare se rimango sempre nello stesso posto, il mio cuore e il mio animo di poeta devono poter spaziare liberi!” diceva spesso, e con questa scusa si defilava, magari viaggiando molto con la carovana degli Zora o con chiunque gradisse la sua compagnia. La moglie non ha mai perdonato all’uomo questa sua abitudine alla fuga e spesso e volentieri era intravista mentre circondata da candele all’interno della sua soba, infilzava con grossi spilloni una bamboletta tremendamente somigliante al marito…
Nonostante la figura di Veliar non fosse vista di buon grado dalla madre, Malusha ha sempre dimostrato per il padre un forte affetto, ricambiato anche dall’uomo. Il padre tentava in ogni modo di compiacerla nelle rare volte in cui si vedevano e adorava farle regali. Sicuramente quello più gradito è stato la pala che la ragazza ha ricevuto per il compimento della maggiore età. Si dice che il padre l’avesse “presa in prestito” da un nano cercatore di tesori una volta che egli gli offrì un passaggio nel proprio carro e che portasse fortuna a chi la usava. Dal giorno in cui l’ha ricevuta, è raro vedere Malusha in giro senza la sua adorata pala, usata per sotterrare e dissotterrare “cose”, utile a difendersi nel caso ci fosse pericolo…
Malusha è stata quindi cresciuta più che dai genitori, dalle sestre della carovana e da Josipina Baba che fu sempre attratta dalla piccola. La grande fattucchiera scorgeva in lei la stessa aura mistica che avvolgeva la madre e, a scapito delle apparenze che la facevano sembrare una bambina tetra e schiva, era chiaro che in Malusha si celasse un animo vivace e allegro e un grande potere divinatorio. Solo che non sapeva come usarlo.
La piccola Oghareva dimostrò da subito di avere un carattere estremamente bizzarro, singolare perfino per i canoni alemariti: Malusha era, infatti, attratta da tutto ciò che è misterioso e strambo, risentendo del fatto di essere nata sotto la luna delle Calende Nere. Alcuni dei suoi migliori ricordi risalgono a quando veniva portata dalla madre vicino ai cimiteri in cerca di qualche erba curativa, e mentre Lhucretia era occupata a scegliere le pianticelle, la piccola giocava felice tra i fiori che ornavano le lapidi.
L’unica persona della sua età con cui la piccola intratteneva rapporti era la sorella Yelena, nata da una scappatella di Veliar con una giovane Zora, durante le Calende Bianche. Nonostante la profonda differenza di carattere – nonché di aspetto - che le divideva e i lunghi periodi in cui non riuscivano a vedersi a causa dei grandi spostamenti nelle diverse carovane, le due bimbe riuscivano ad avere un solido rapporto nonostante le personalità nettamente opposte (Yelena radiosa e canterina e Malusha che si divertiva a seppellire tutto) che combinandosi creavano un forte legame di sorellanza.
Ogni volta che le due bimbe si incontravano, era festa per entrambe. Di solito il luogo più plausibile era il Crocevia di Corcovlad, dove la piccola si recava con la madre a curiosare tra le carovane in sosta….
Anno 8, Era del Regno. Luna del Mago
Malusha non faceva che allungare il collo tra la folla per riuscire a adocchiare Yelena. L’aria era zeppa dell’odore delle spezie e degli animali e le bancarelle dei venditori ambulanti occupavano gran parte della strada...
La carovana degli Zora era appena arrivata e zampettando scese Yelena insieme al padre Veliar che aveva viaggiato con loro per l’estate…
In quel momento Malusha stava strattonando sua madre per mano perché voleva costringerla a tutti i costi a comprarle un teschio di gatto levigato che un mendicante tentava di appiopparle, quando vide arrivare da lontano lo scriccioletto abbronzato vestito di rosso che le veniva incontro: aveva un largo sorriso che le andava da orecchio ad orecchio e continuava a chiedere al padre dove fosse la sorella.
Malusha si staccò dalla presa della madre e in preda alla gioia si affrettò a raggiungere bambina.
Correndole incontro tagliò la strada a uno col carro che si ribaltò, urtò un tizio che portava dei calici che si infransero a terra e fece imbizzarrire due cavalli.
Anche Yelena scappò di mano al padre alla chiamata della sorella. -
Malusha! Vivaaa sorella! – e le corse incontro, con le gambettine secche e corte. Non notò nemmeno il caos generato dalla bambina e le arrivò addosso abbracciandola -
Malusha, vivaaa ho una cosa per te!
Malusha la abbracciò chiedendo subito -
Cosa cosa cosa cosa cosa?
La piccoletta rispose con un bacione, e si frugò in borsa. Ne estrasse un piccolo pezzetto di legno intagliato a forma di teschio umano. Le manine della bimba erano un po' tagliuzzate, ma il teschio non era affatto male.
-
Non è vero, ma spero ti piaccia, sorella!
Malusha sgranò gli occhi e prese il teschio -
Ohhhh beeeelllooooo è ancora più bello di quello che volevo comprare prima!Grazie! Anche io ho una cosa per te!
La piccola saltella, presa da una strana frenesia
- Davvero? Sono curiosa dimmi cos’è!
Malusha si frugò in tasca e dopo aver tirato fuori qualche non ben precisato pezzettino di osso e aver riposto accuratamente il teschio nuovo, estrasse qualcosa che sembrava un bambolotto. In realtà guardando bene era un rospo cicciottello, imbalsamato e accuratamente vestito come un principino. -
Guarda il vestitino l'ho cucito io! E’ un portafortuna, ti aiuta a trovare il fidanzato!
La piccola Yelena guardava con tanto d'occhi il bambolotto, portando le mani alle guanciotte paffute
-
Bahhhh, è bellissimoooo grazie. Se lo rimirava tutto, eccitatissima, per poi dare un bacio al rospo. -
E’ un principe vero! Proprio come nelle fiabe! Come il principe di macchia dei folletti!
-
Già! Io ci azzecco con queste cose vedrai che prima che scenda la sera avrai trovato qualcuno che ti fa la corte!
- Evvivaaaaaaaa! allora cosa facciamo? Che mi racconti? Dov'è papà ?
Il padre era poco dietro le bimbe, con uno sguardo tra lo sbigottito e il divertito.
Le bambine si presero per mano e si diressero verso il prato…
- Giochiamo a qualcosa?Dai dai!
- Facciamo a gara a chi trova la tela di ragno più bella?
- Siiiii!
Intanto Lhucretia si avvicinò a Veliar e senza farsi notare, prese un capello dalla sua giacca e lo legò saldamente a una bamboletta…poi si allontanò da lui mormorando improperi…
Quando riuscivano a passare un po’ di tempo insieme, le due bimbe erano inseparabili. Spesso rimanevano ore ad ascoltare la vecchia nonna Josipina raccontare storie paurose accanto al fuoco mentre passava uno dei suoi pettini d’osso fra i loro capelli, stringendosi per farsi coraggio a vicenda. La figura della Grande Baba affascinava le due bambine che venivano attratte dagli abiti sgargianti e infarciti di gioielli e amuleti e dall’imponente capigliatura adornata dai tanti pettini. Malusha e Yelena adoravano seguirla durante le scongiurazioni o mentre preparava qualche strano rito ricco di polveri colorate e segni scaramantici ed erano felici di aiutare per quanto fosse loro possibile. Tuttavia le stanze private del carro di Josipina Baba erano severamente vietate alle due bambine che non potevano nemmeno avvicinarsi alla soba della nonna. Ovviamente il gioco preferito dalle sorelle era “Entra - nella - stanza –della - nonna - senza –farti - scoprire”.
…
-
Shhh zitta Yelena o ci sentiranno!
- Ma non è colpa mia! –sussurrando -
Sono i campanelli che fanno rumore
-
E potevi toglierli no?! Sai che se la nonna ci sente poi ci mette di nuovo in punizione!
- Basta che non usi di nuovo il rametto di frasca! Ho ancora i segni rossi sulle gambe!
- Così impari a mischiare le sue bacchette…
- Ma mi erano cadute che dovevo fare?! E poi è colpa tua se…
- Sì si, va bene, ora zitta però!
Le due bimbe si erano nascoste sotto il letto di Josipina per l’ennesima volta e tentavano di fare meno confusione possibile, con scarsi risultati.
-
Malusha, ho paura che ci becchino! Gli occhi sgranati di Yelena stavano per riempirsi di lacrime.
-
Ma no vedrai che non ci scoprirà nessuno! Ti ricordi cosa devi fare vero? Devi cercare il pettine bianco, quello che la nonna usa solo nelle occasioni speciali! Io apro il cassetto in alto e tu quello in bass -
-
Ah, ecco dove sono le due piccole furfanti!
Josipina prese le due bimbe per un orecchio e le trascinò fuori da sotto il letto.
-
Aw aw aw aw! Nonna ci fai maleee!
- Non c’entro niente io è stata Yelena!
- Ma come io?! Sei stata tu adirmi di prendere il pettine! Yelena era ormai sull’orlo delle lacrime.
-
Ma tu sei la sorella più grande dovresti preoccuparti di me invece di - OW!
La Grande Baba scaraventò le due bambine in una stanza che chiuse a chiave. Dall’altro lato della porta la si sentì urlare -
Così avrete un po’ di tempo per pensare a cosa avete fatto! Intanto vado a cercare una frasca!
Yelena si sedette per terra a piangere -
Ecco lo sapevo! Adesso mi punirà per colpa tua! E hai anche dato la colpa a me!
- Uff…e dai sorellina non l’ho fatto apposta!
- Come no?! Vai via non ti parlo più!
- Mm… nemmeno dopo che ho preso… Questo?
Yelena si asciugò le lacrime e sgranò gli occhi -
Ohhhh un pettine della nonna! Come hai fatto a prenderlo?!
- Gliel’ho rubato dai capelli mentre ci portava qua! Mi vuoi ancora bene?
- Siiii vivaaaaaa!
- Brr… ma dove ci ha chiuso la nonna? Sembra una stanza vecchissima … è tutta polverosa e mi fa anche un po’ paura!
- Ma no ma che paura! E’ solo una stanza buia! Sei la solita fifona! Adesso accendiamo quella lampada e vedrai che non c’è nulla di spaventevole!
- Bah la lampada! L’accendo io dovrei avere qualche fiammifero! Malusha si avvicinò ad un vecchio lume ad olio e tentò di accenderlo. Al terzo tentativo finalmente la fiamma riuscì a resistere e la stanza si illuminò all’istante.
-
Ohhh finalmente! Ecco qua adesso non fa più paura! E’ solo una stanza piena di vecchi vestiti e di cose che la nonna non usa più! Non pensavo fosse così grande la sua carovana! C’è spazio per tutto guarda qua è davvero incredibile! Tò, un cappello pieno di piume! Che ne dici se…Malusha? Che fai? Il fiume di parole cinguettanti della piccola Yelena si arrestò quando vide la sorella immobile che fissava una parete apparentemente spoglia.
-
Malusha? Che guardi? C’è qualcosa di bello? Io non vedo nulla!
Malusha continuava a restare immobile mentre una leggera folata di aria fredda fece tremolare la fiamma nella lampada.
-
Perché mi cercate sempre?
-…? Malusha dici a me?
-…non mi piacete…mi fate paura…
- Malusha? Sorellina, con chi parli?
- Con loro non vedi? Mi vogliono sempre portare con sé a fare qualcosa ma io non voglio!
- Loro chi? Malusha non c’è nessuno, che dici? Mi stai facendo paura, se è uno scherzo non mi piace affatto! Lo dico alla nonna se non la smetti subito!
Stavolta era Malusha che si mise a piangere –
Mi hanno detto che se lo dici alla nonna ti capiterà qualcosa di brutto! Io non voglio che ti capiti qualcosa io voglio che vadano via e che non tornino più! La bambina non staccava mai gli occhi dal muro spoglio mentre parlava.
-
Uffa! Mi hai stancato, mi prendi sempre in giro! Non ti parlo più finché non la smetti! Yelena fece una linguaccia alla sorella e poi le voltò le spalle, rimanendo a braccia conserte con il viso imbronciato. Fu allora che le vide. Sulla parete opposta a quella che stava fissando Malusha, un vecchio specchio impolverato rifletteva quello che Yelena non riusciva a vedere da sola. Tre vecchie ricurve alle sue spalle stavano allungando una mano verso sua sorella che continuava a piangere restando impietrita sul posto.
Un urlo talmente forte che avrebbe impaurito un troll risuonò fino alla camera di Josipina Baba. La fattucchiera riconoscendo la voce squillante di Yelena, corse dalle due bambine e aprì di scatto la porta. Trovò le sorelle rannicchiate in un angolo della stanza con Malusha che ancora piangeva e Yelena che faceva altrettanto. Alla vista della nonna, le sorelle le corsero incontro aggrappandosi alla sua gonna. Yelena, senza quasi riprendere fiato, raccontò alla Grande Baba l’accaduto.
-
Erano bruttissime nonna, io non le vedevo ma Malusha sì e le guardava e non mi diceva niente e io non capivo pensavo che scherzasse e invece c’erano te lo giuro nonna erano dietro di me le ho viste nello specchio c’erano tre vecchie volevano prendere Malusha, hanno detto che mi facevano qualcosa di male se te lo dicevo ma io te lo volevo dire perché mi hanno fatto tantissima paura e -
- Shhh! Calmati adesso! Calmatevi tutte due! Mi dispiace di avervi punito, io…non pensavo…ma è tutto
finito ora. Venite, andiamo a pettinarci i capelli con i pettini della nonna, vi va?
La voce rassicurante della Baba tranquillizzò le due bambine che vennero prese per mano e portate fuori dalla stanza tetra.
-
Ah, nonna…Malusha rivolse all’anziana baba uno sguardo mortificato - questo e tuo… la bimba porse il pettine alla nonna tendendole la manina verso il volto.
-
Piccola ladruncola e questo da dove spunta?
- Scusami tanto…
- E va bene, tienilo pure. Ti porterà fortuna…
- Davvero?! Grazie nonna!
Mentre la Grande Baba portava via le due bambine, guardava preoccupata la stanza con la parete ancora vuota…
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mercoledì, 18 febbraio 2009 - 21:45
In --->
crocevia
Bijel Dana, mese di Nhea, anno 1°
Le calende bianche. Erano vicinissime, sarebbero state il giorno seguente. La carovana, come pattuito dalle mappe degli spostamenti, si stava dirigendo verso il crocevia Miloscenko, un ottimo luogo per festeggiare. Veliar era all’intero di uno dei Vagon insieme a Luchretia, sua moglie. Era una donna a dir poco atipica. I capelli bianchi, gli occhi azzurri rilucevano rossastri alla luce così come la pelle, diafana e quasi trasparente. La giovane era in attesa di un figlio, anzi,di una figlia diceva lei. Che fosse l’uno o l’altro, Veliar non era proprio felice di questo. non gli piacevano molto i bambini. Forse perché accompagnati solitamente dalle loro madri, e questo per lui voleva dire guai. Un sacco di guai. Un sacco di discorsi inutili. Un sacco di beghe! La pancia della giovane cominciava a farsi prominente e per non affaticarsi troppo se ne stava accanto ala finestra, tirando talvolta qualche sbadiglio. Veliar si limitava a stare in fondo al vagon, appoggiando la testa sulle mani incrociate dietro, immerso in una marea di comodi e vaporosi cuscini. Stava quasi per addormentarsi, quando una brusca frenata gli fece battere una dolorosa capata contro la parete del carrozzone.
- Per il grande Adam Goska ! Ma che cavolo succede??
La giovane fattucchiera rimase silente, osservando all’esterno cosa stava accadendo.
- Un’altra carovana ferma… forse hanno problemi.
-
Che cavolo di problemi possono avere?? Bah, scendo a dare un’occhiata, te stai pure qui tranquilla, mia cara!
- Di certo sono più tranquilla io di te. Anzi, sonnecchierò un poco, sisi.
Non ascoltò del tutto le parole di Luchretia, e scese con un salto dalla finestra del vagon. A terra c’era già il loro capo carovana con accanto sua madre, la fattucchiera. Strizzò gli occhi ed aguzzò l’orecchio per cercare di carpire la loro conversazione.
-
Ma voi Zora? Gospodar Igor, Non dovevate essere andati via 3 giorni fa, incoscienti che non siete altro?
- Già, dovevamo e siamo molto dispiaciuti! Purtroppo la mia sestra sta per partorire a giorni! Abbiamo dovuto ritardare il tutto…si vede che era proprio destino che dovesse andare tutto male, questo mese!!!
-
Miseria! Partorire così per la via! Poveraccia-
- Già, purtroppo non possiamo fare altro.
- Su Brat, non ti angustiare…
- Sestra! Ti avevo detto di riposarti!
- Eh, tanto, con quanto ci sto mettendo, porca miseria, non credo che arriverà ora in quest’istante! È di una pigrizia questa creatura! -
Quella voce. L’aveva già sentita. Da uno dei vagon degli Zora scese una giovane donna mora di capelli e di occhi, minuta con un pancione prominente; e sembrava sfinita dalla fatica di portarlo dietro, tanto era grande. A Veliar venne un colpo! Era Talitha! Si avvicinò al nutrito gruppetto, con una espressione seria in volto. Si pose davanti alla donna, mentre questa lo guardava sorpreso.
-
Miseria nera! Ma che ti è successo?
La giovane zora spalancò la bocca, cominciando a ridere con amarezza.
- Come cosa mi è successo! Mi sembra evidente no? A te cosa pare che sia successo, gran genio???
- Oh chi è stato? -
La giovane strabuzzò gli occhi, non potendo fare a meno di fare un’espressione divertita.
-
Fai i tuoi calcoli ed indovina, genio!
- Ma che dic… -
Veliar si azzittì di botto, sgranando gli occhi. Porca miseria….concilio di Corcovlad…. Notte…porca misera, era suo il danno!
-
Vuoi dire che…
- Già.
- è…mio?
- Già
- E ora?
-
E ora?? E ora me lo tengo. –
Le spalle delle giovane si incurvarono, facendo una smorfia di dolore. Il Gospodar Igor sorresse la sorella, mandando uno sguardo infuocato al bardo.
-
Ora capisco perché la mia sestra non ha mai detto nulla, ma tra tutti proprio te doveva beccare?
Veliar stava per rispondere in malo modo ma a bloccare il figlio ci pensò la madre, Baba Josipina
-
Su su, non è ora di recriminare! È ora che questa fanciulla raggiunga un vagon comodo ove poter riposare e partorire in pace. Vieni con me fanciulla, devi riposarti .
Talitha guardò tra il sorpreso e lo spaventato la vecchia, portando lo sguardo intorno, come in cerca di aiuto. Gli occhi di una signora anziana incrociarono il suo sguardo, annuendo in modo rassicurante. Si avvicinò con passo sicuro, i capelli scuri leggermente striati di grigio e una veste rossa lunga ricamata con simboli di api e coppe. pose una mano sulla spalla della fanciulla, guardando ora baba Josipina, che annuì verso di lei.
-
Baba Semetzina, perdonami se mi impiccio. Ma alla fine si tratta di uno Zora come di un Oghareva. Temo che dovremmo essere in due…
-
Allora andremo in due, Baba Josipina, perchè temo sarà un lavoro molto lungo e questa bambina ha bisogno della propria baka. –
Veliar era ancora inebetito dalla notizia, finchè non sentì un brivido di terrore alle sue spalle. Silente come un gatto Luchretia si era avvicinata e lo sguardo freddo non prometteva niente di buono.
- O
h, mia cara, mia dolce leprotta, non stavi forse riposando, sai, nelle tue condizioni!!! comunque posso spiegarti tutto, vedi, io…
- No. Meglio se non dici nulla Veliar. Molto, molto meglio, ti assicuro. peggioreresti ulteriormente la tua situazione, e io sono stanca, molto molto stanca. Anzi, forse è meglio che tu vada a vedere come sta la madre di tuo figlio o figlia che sia. –
La voce non era arrabbiata. Era il gelo assoluto, così era solita essere Luchretia. Con passo altero si diresse verso il vagon, lasciando Veliar pallido e preoccupato in mezzo alla strada, con tutte e due l’intere carovane che lo guardavano, mentre le baka Oghareva facevano segni di scongiuro.
-
Disgrazia!!
- Incoscienza!! Fuzuka si scatenerà su di noiii!
No, per Veliar, non poteva andare peggio.
Talitha si lasciò trascinare dolcemente nella soba dalle due baba, troppo stanca per chiedersi come le due potessero andare d’accordo. la fecero adagiare nel letto ove una balia era indaffarata a preparare il tutto, cercando di far stare la giovane più comoda, mentre piccole smorfie di dolore pervadevano il viso delicato della giovane Zora.
- Josipina…tu lo sapevi che era di tuo figlio, la bambina?
- Avevo immaginato che potesse succedere. Non sapevo che fosse una bambina, da cosa lo dici, Semetzina?
- L’ho visto nel fuoco propiziatorio, naturalmente.
Josipina storse naso e bocca, ma non con troppa stizza.
- Avrei preferito altri metodi ma la carovana è tua… anche se siete un branco di incoscienti…
- Beh, si direbbe che tuo figlio sia più Zora che Oghareva. Non ha forse fatto i dovuti scongiuri prima di giacere con lei?
- Questo non lo insinuare neanche, lui è un Oghareva, ma è un donosi nevolje. Anche se questa volta, devo ammetterlo, ha superato se stesso.
Semetzina aggrottò la fronte, guardando intensamente gli occhi glaciali della vecchia Josepina.
-
Ormai quello che è fatto è fatto. In fondo Talitha ne parlò con me e decise di tenerla.
- Certo che si, Baba!! Dopotutto è mia figlia!
Josipina sospirò annuendo nei suoi confronti, facendo trapelare un mezzo sorriso.
- B
ene, forse è ora di smettere di fare questi discorsi. La giornata sarà molto lunga.
Talitha era esausta, era due giorni che aveva le contrazioni, e ancora quella piccola peste sembrava intenzionata a non nascere. E pensare che era passata una mezza luna sicura sicura dal termine dei nove mesi. Oh, era sicura del concepimento, quella sera, quel mese non aveva avuto altri uomini. Voleva quella bambina, ma… che ci facevano entrambe le baba delle carovane in quel vagon? cosa volevano da lei??
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Veliar Oghareva era rimasto all’esterno, dopo l’intimazione di Luchretia. Non si era ancora avvicinato alla carovana Zora e le baka Oghareva avevano cominciato a fare delle litanie, per allontanare fuzuka. Tutto quel ambiente, lo disturbava. Si morse il labbro inferiore indeciso sul da farsi, finché non sentì suoni di cembali e canti gioviali provenire dall’accampamento zora. che fosse nato? Tendendo la schiena ben dritta si avviò con passo spedito verso i vagon zora. Era stato allestito un falò, ove intorno danzavano giovani donne e altre erano intente a cantare o suonare strumenti, inneggianti la bella signora. In fondo, si stava avvicinando il giorno delle bijel dana! Continuò a camminare finché non si aprì di scatto la porta di uno dei vagon, andando quasi a colpire il bel bardo in viso. Ad esso si affacciò Josipina che portò subito lo sguardo sul figlio.
- Ah, giustappunto. Cercavo proprio te! Vieni subito dentro, che la madre di tuo figlio ha bisogno di un po’ di assistenza!
- Non di certo da lui, ahhhhhhh
- Su, fanciulla cara, in fondo, è pure sua la bambina.
- No Baba Semetzina, lei è mia, MIA!!! La sto tendendo in pancia da quasi 10 mesi, è mia figlia, non sua!!!arghhh.
- Su, moja kćer , non scaldarti, o peggiori la situazione.. cerca di star tranquilla.
Semetzina cercava di tenere calma la giovane, mentre Josepina si limitò ad aggrottare la fronte, per poi spostare lo sguardo sul figlio, il quale era avvampato dalla collera. Quanto, quanto quella donna lo faceva arrabbiare! Beh, se non lo voleva,. Se ne sarebbe rimasto fuori, su questo non c’erano problemi!
- Beh Veliar, sembra proprio che tu riesca a farti odiare proprio bene, moj sin
- Oh, non temere madre, di certo non voglio stare a far compagnia a una incosciente e bisbetica Zora!
- Magareći!!
Urlò Talitha, colta da un’altra contrazione
- Bricia fredda!!! Frigida! Sathoriana!!
L’insulto gli venne alle labbra facilmente, così come la mano di Josipina fu pronta a scattare verso il viso del figlio, con ogni muscolo del viso tirato dalla collera.
-
NON OSARE OLTRE, VELIAR! Se ti senti offeso, vai farti un giro, che forse è meglio!!!
- Credo proprio che lo farò!! Addio, eh?!
la porta si richiuse di scatto. Veliar accecato dalla collera cercò di dare un calcio ad un sasso con tutta la forza che aveva; non proprio una grande idea, dato che si rivelò per lo più nascosto sotto terra, così che la sola cosa che vi ricavò fu un piede dolorante. Imprecò per qualche momento, per poi scuotere la testa, infilarsi le mani in tasca e cominciare a camminare per il campo senza una meta effettiva.
- Alla malora tutti i quanti!!
Non percepì distintamente quanto tempo fosse passato, nemmeno dove si trovasse precisamente in quel momento. Una gran rabbia lo stava prendendo, senza nemmeno sapere il perché. o meglio il perché lo sapeva. Avevano fatto ricadere tutto su di lui. Cavolo, ma che centrava??? Non era colpevole lui quanto la ragazza. E per giunta Luchretia era arrabbiato con lui. Che pessima giornata. Sembrava proprio che fuzuka ce l’avesse con lui!!!
Durante la giornata entrambe le due carovane cominciarono i preparativi per le bijel dana, ognuna a suo modo, ognuna in linea con la propria tradizione. Ove da una parte vi erano drappi rosso accesso con ricami di coppe e api, dall’altra vi erano drappi rosso cupo, con simboli di uova, di serpenti e capre. Chi giocava a dadi, chi invece si preoccupava di allestire lo spiedo per la capra che sarebbe stata a cuocere per più di mezza giornata. Era passata mezzanotte e le bijel dana erano arrivate. Fuori le donne Zora stavano festeggiando il momento e cercando di propiziare la nascita di un nuovo possibile elemento della carovana, le danze intorno al fuoco erano un misto di luce e drappi colorati, tali da rendere onore alla giornata più propizia dell’anno. mentre dentro ancora Talitha era impegnata in quel estenuante parto. Le prime luci dell’alba illuminarono le due carovane e un piccolo vagito si fece spazio nel silenzio del giorno. Talitha era troppo stanca, e quasi immediatamente si addormentò. Le mani di Semetzina presero il fagottino tra le mani ridendo sommessamente
-
Ma che brava questa bambina…ha atteso il momento più opportuno per nascere…l’alba delle Bijel Dana.
- Già. -
la voce di Josipina era fredda, mentre gli occhi si posarono sulla piccolina.
- Chissà, cosa le riserverà il futuro.
- Bah, chi lo sa Baba Josepina? In fondo, chi siamo noi per poterlo manovrare?
- Nessuno, siamo in balia di esso… -
gli occhi della vecchia baba guardarono tristemente il piccolo fagottino, mentre baba semetzina la adagiò accanto alla madre.
-
Però è una bella bambina. Proprio tale e quale alla mamma si direbbe.
- Spero proprio che non assomigli a suo padre. –
l’anziana baba portò la mano sinistra a stropicciarsi viso e occhi dalla stanchezza accumulata tirando un sospiro.
- Direi che è ora di andare-
- Concordo, baba.
Le due si avviarono all’uscita del vagon adibito a soba, incuranti degli sguardi che gli alemariti di entrambe le carovane le lanciavano, sguardi misti a curiosità o timore, a seconda dei casi. tra lo sguardo più curioso c’era quello di Veliar che dopo una lunga notte insonne per sbollire e vari calci a sassi troppo interrati per essere tirati si era ritrovato di nuovo davanti a quella soba. Tirò un gran respiro, salendo le piccole scale del vagon e aprendo la porta, pronto a discutere malamente con Talitha, deciso a dirle che non voleva entrarci nulla con quel bambino e che alla fine era solo una stupida, che era un uomo sposato che odiava i bambini, che odiava lei, che le stava rovinando la vita, che quella nascita era stata un incidente e…. non disse nemmeno una parola dato che queste gli morirono in gola. Distesa sulla soba stava La bella Talitha sfinita, ormai profondamente addormentata, con accanto un piccolo ammasso di stoffa che si muoveva appena, mugolando piano. Si avvicinò con passo felpato, dando appena un’occhiata alla donna, per avvicinarsi al frugoletto mugolante. Non sapeva quale istinto lo guidava, ma lo prese in braccio, guardandolo strano, sedendosi sulla sedia vicina e cullandolo un poco. L’infante smise di piagnucolare ed aprì gli occhi dal colore indefinito. Veliar non potè trattenere una risata, quando vide le labbra della piccolina incurvarsi leggermente in un sorriso appena percepibile.
- Che c’è, ora ti piacciono i bambini?
La voce stanca e strascicata della fanciulla colse di sorpresa il bardo, il quale alzò in fretta lo sguardo, facendo una smorfia indispettita.
- Tzè, figuriamoci… ho visto il vagon aperto e sono entrato.
- è bella, non è vero?
- Direi che assomiglia ad una ranocchia. Come sua madre d’altronde.
Talitha fece un respiro profondo, preparandosi a rispondere per le rime, ma fu interrotta.
-
Una femmina, eh? Yelena! Yelena non sarebbe un cattivo nome per lei…
- Yelena, eh? perché no?
- Cosa? Perché??? dicevo così, tanto per dire…
- Così, è carino. Mi pare adatto.
Veliar guardò ancora la bambina con fare impacciato, mentre Yelena stava tranquilla e paciosa tra le sue braccia. Scrollò la testa e la pose accanto alla madre, indugiando alla fin fine per qualche istante, prima di lasciarla alle sue cure.
-
Tieni, non vorrei farla piangere.
- Già, forse è meglio.
- Allora… Addio eh?
- Arrivederci veliar. Ah, una cosa….
- Si?
- Non pensavo le cose che ho detto. Ma in quei momenti un po’ ti ho odiato
la giovane fece l’occhiolino, sorridente.
- Salutami tua moglie e dille di non preoccuparsi…
- Allora.. Pa Sestra
- Pa Brat.
Veliar lasciò la soba, soffermandosi per qualche istante sulla scena di madre e figlia insieme, con Talitha che sorrideva radiosa alla propria creatura. Chissà se sarebbe successo lo stesso con il piccolo che portava in grembo Luchretia...non l’avrebbe saputo finchè non fosse avvenuto.
……
…
.
- Certo che è proprio un bella bambina.
Chiocciò infine il giovane. Così Veliar si allontanò dal vagon, dirigendosi a quello che condivideva con sua moglie pronto a prostrarsi davanti a lei per rientrare nelle sue grazie.
...
No, non sarebbe stata un’impresa facile, assolutamente no.
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Nel mentre le carovane festeggiavano l’arrivo delle bjel dana ognuna a suo modo, chi con canti, balli cibo risate, chi con risate e scongiuri alla sfortuna, le due baba si erano ritirate ognuna nel proprio vagon, completamente sfinite. Baba Josipina cominciava ad avere una certa età e quelle emozioni tutte assieme non le facevano bene. Ciononostante doveva adempiere al suo dovere di baba della carovana Oghareva e compiere il rito tradizionale delle Bjel dana. Dapprima si pettinò con tutti i pettinini e scelse quello più carico di energia positiva, posandolo in una ciotola rossa cupo con dentro del sale per renderlo intatto della sua energia e scacciare qualsiasi influsso potesse impadronirsi di esso. Lo avrebbe poi passato alle altre donne della carovana. In seguito preparò il prerito che preferiva fare in solitudine, portando un piccolo incensiere sopra al tavolo, un misto di erbe da lei composto, mettendo sopra di esse un piccolo tizzone ardente, in modo che bruciassero e spandessero il loro odore per la stanza. l’anziana baba si sedette su uno dei grandi cuscini posti intorno al tavolinetto, chiudendo gli occhi chiari mentre con le mani si apprestava a fare piccoli e misurati gesti. Una litania scaturì dalla sua bocca, attendendo la visione, che in poco tempo, arrivò.
Comparve un bosco, per lo più nascosto da una strana nebbia, che rendeva il luogo evanescente. In vista c’era un uovo Liscio, quasi marmoreo d’aspetto, illuminato da una luna a falce crescente dal profilo quasi umano. Una ape si posò sull’uovo producendo al solo contatto una piccola crepa che, al suo allontanarsi, fece aprire l’uovo del tutto e da esso nacque una piccola lepre che subito si strofinò la zampetta anteriore al musino baffuto, per poi scuotere testa ed orecchie. Era strana, dal colorito innaturale, perfettamente bianca da una parte e marrone dall’altra, divisa in due. Su ognuno dei due lati era disegnato un simbolo, sul manto marrone una capra, dall’altra un paio di dadi. Gli occhi erano quasi umani e osservavano la vecchia baba. Una serpe comparve, avvicinandosi alla piccoletta, con la lingua biforcuta, i denti carichi di veleno ben celati e la coda verso destra. la lepre sembrò non accorgersi di nulla, dello strisciare insistente, del sibilo appena percettibile. La piccoletta stava per essere attaccata e la vecchia baba non resistette, posò la sua mano sulla piccola, quasi ad allontanarla dal pericolo imminente quasi pronta a prendere il morso…e ciò che incontrò fu un’altra mano che si intrecciò alla sua come uno scudo.
Per l’inaspettato contatto aprì gli occhi e, senza rendersi conto del perché, trovò la sua mano intrecciata a quella di baba semetzina che la guardava altrettanto sorpresa. Si era formato uno spesso strato di fumo davanti alla fattucchiera, che proveniva dalle erbe lasciate a bruciare. la sua mano era all’interno del circolo, come se la mano fosse in un altro piano. La figura di baba Semetzina era all’interno del cerchio ma sembrava attorniata dalle fiamme. Un legame nel piano della visione… Le due si guardarono, aggrottando la fronte contemporaneamente.
- Si direbbe che ci sia un collegamento in atto tra noi due. Hai per caso avuto la visione di una lepre?
- Che usciva da un uovo? Direi di si. E io che pensavo fossero le erbe…
- Temo di no, Baba Josipina… dobbiamo parlare.
- Già…
- Aspettami, che ti raggiungo… ti vedo molto spossata, baba Josipina.
- Già…
le due baba si lasciarono le mani che parevano così reali e la visione di fumo o di fuoco scomparve. Baba josipina posò le mani rugose sugli occhi, facendo un respiro profondo.
- Proprio un giorno propizio, si, come no…
Aspettò qualche minuto, finchè non sentì bussare rumorosamente alla porta. Senza aspettare che la porta fosse aperta dall’Anziana Baba, Semetzina entrò con passo allungato e si avvicinò al piccolo tavolino dove Baba Josipina attendeva stanca, con profonde occhiaie che le cerchiavano gli occhi. Con un secco gesto della mano invitò l’altra baba a sedersi intorno al tavolino. Baba Semetzina si sedette, e con le mani incrociate davanti la bocca cominciarono a guardarsi negli occhi, pensierose. Alla fine Baba Josipina dette un sospiro, rompendo il silenzio, portandosi poi la rugosa mano alla fronte.
-
La visione era più che chiara.
- Infatti.
- Quella bambina è destinata a un destino strano, ed in più l’attenderanno molti pericoli
- Quello che anche io pensavo.
- Assolutamente.
- Ma come? Quel nostro incrociarsi…cosa significava?
- Quella bambina non appartiene solo agli Zora…
- In lei c’è anche sangue Oghareva.
- Dobbiamo fare una specifica.
- Assolutamente!
Non se lo fecero ripetere due volte, e così baba Josipina prese dal cassettino nel tavolino basso una sacchetta di seta, mentre Baba Semetzina da una delle tante tasche della tunica rosso accesso ne estrasse una di velluto rosso. Entrambe cominciarono a scuotere ognuna la propria sacchetta, facendo ognuna la sua litania e i suoi gesti, in modi completamente differenti. Alla fine, in un colpo secco fecero cadere il contenuto sul tavolino. Le ossa di baba Josipina, e i medaglioni intagliati di biancospino di Baba Semetzina caddero ognuno nella mezza parte del tavolo senza in alcun modo andare oltre come fosse la magia a controllarle. Baba josipina controllò le ossa di volpe intagliate ognuna con simboli che sola lei conosceva. Seguiva veloce lo schema da loro formato, indicando ogni simbolo con le lunghe mani unghiate fino a fermarsi su un simbolo particolare strabuzzando gli occhi. alzò lo sguardo e l’espressione di Baba Semetzina era molto eloquente, tanto quanto la sua.
- Metà Zora metà Oghareva. Non potevo aspettarmi niente di meno.
- Quella bambina sarà fortunata, o almeno potrebbe passare le insidie che fuzuka potrebbe porle davanti.
- Ma solo se sarà completa la sua istruzione. Dovrà stare con entrambe le famiglie. Dovrà essere per sempre Zora e Oghareva. Non apparterà principalmente a una sola delle due, ma ad entrambe.
- Per metà la fortuna l’assisterà, per metà fuzuka scongiurerà... Non so se è comparsa anche a te un segno che ti dice “Krozan”.
- Si Josipina, anche a me. Ad ogni crocevia dovrà essere scambiata, sarà la fortuna a decidere con che frequenza. Almeno una volta a anno, si direbbe.
- Si, non sbagli baba Semetzina. Strabiliante.
Un sorriso sfuggì dalle labbra strette dell’anziana baba, quasi sorpresa. Due divinazioni, uno stesso esito. Uguale. Strabiliante. aggrottò la fronte. Il tutto era davvero complicato. molto, molto complicato.
- Direi che tutto è stato deciso. Dobbiamo parlarne solo con i genitori
- E qui verrà la parte più difficile. Talitha non ne sarà felice, ma accetterà, per il bene della bambina.
- Ma Veliar… Veliar mi preoccupa, quell’incosciente. E Luchretia, potrebbe averne a male. Forse… forse sarà bene far partire tutto questo tra un anno.
- Quando Luchretia avrà partorito e per talitha non sarà una completa sofferenza portarla via.
- Concordo. Così la sorte ha deciso per questa bambina.
- E che la fortuna ci assista
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Ecco come viene al mondo la sorellina pazza (come se l'altra fosse sana...uahauhauah!)
Anno1, Era del Regno. Luna di Kaynus Yano.
Per tutto il giorno la luce del sole era stata offuscata da pigre nubi che davano all’aria una consistenza lattiginosa. Poco dopo il calar del sole, una fitta pioggia ghiacciata aveva iniziato a cadere insistente e ben presto, al sorgere della luna, si era trasformata in un violento temporale. Perfino nelle carovane più moleste, abituate a far baldoria fino a tarda notte, le luci si erano spente. Gli animali abituati alla compagnia di musica e chiacchiere fino a tardi, erano irrequieti nel silenzio rotto solo dallo scrosciare della pioggia e rispondevano scattando ad ogni tuono e lampo. – Strano…molto strano… - commentavano gli alemariti più anziani, esperti conoscitori delle bizze del tempo – Abbiamo controllato per tutta la settimana. Non avrebbe dovuto piovere stanotte. – disse il capo carovana di una delle dromeja più antiche- Proprio no. Ci rallenterà il viaggio di qualche giorno… le ruote dei carri sono infangate fino a metà cerchione… bah! Non promette nulla di buono…e ho anche finito il vino! L’uomo si allontanò dalla finestra alla quale era stato affacciato per più di un’ora e si mise sotto le coperte, aspettando un sonno che non arrivava…
Solo in uno dei vagon degli Oghareva sembrava regnare un’atmosfera inquieta. Le candele ancora accese splendevano tremolanti al di là delle finestre. Il rumore del vento e il martellare continuo delle gocce sul tetto si univano al brusio delle voci che provenivano dal suo interno. Dentro la soba, stesa sul letto, Lhucretia Oghareva, moglie di Veliar, figlio della Grande Baba Josipina Oghareva, sopportava con fatica i dolori delle doglie e con ancor più fatica l’agitazione del marito. L’uomo, rimasto al capezzale della moglie per tutto il tempo, si teneva le mani dietro la schiena, contorcendo le dita nervosamente, parlando tra sé e sé con aria trepidante. - Perché non nasce? Perché non si sbriga? Che cosa sta aspettando, che i folletti se lo vengano a prendere? La fronte dell’uomo era imperlata di sudore e le flebili parole tranquillizzanti della moglie non avevano buon esito… - Calmati per gli dei! E’ tutta la sera che stai facendo su e giù per questa stanza! Mi stai facendo impazzire! Già è abbastanza difficile così, se poi continui a mettermi pressione di certo non migliorerà la cosa! Aaah!
- Eccolo! Eccolo! Sta uscendo vero? Sta nascendo ora! Si?!
- Mi dispiace darti torto, brat –la balia, timidamente, tentava di far da paciere - Temo che dovrai aspettare ancora un po’ prima di salutare il tuo bambino…il piccolo non si decide a venire al mondo…
- La piccola vorrai dire! E’ una femmina, lo so… me l’hanno detto le foglie di tè …. Sono mesi che me lo dicono… La voce di Lhucretia era ancora ferma e sicura, nonostante il dolore.
- Maschio, femmina che differenza fa! L’importante è che si muova! – gli occhi di Veliar con le pupille piccole come spilli facevano intuire quanto l’uomo fosse seriamente preoccupato - Perché? Perché proprio io tra tutti i padri devo subire questa sventura?
Intanto i tuoni fuori della finestra facevano tremare le pareti del carro e vibrare i numerosi orpelli che addobbavano la stanza che rispondevano con un tintinnare sinistro. I lampi che illuminavano il cielo viola rendevano l’aria elettrica e inquietante.
- Proprio una bella notte si è scelta questa creatura per venire al mondo…eh davni? Anche il cielo si sta lamentando!
- Smettila di cianciare balia – sbottò Veliar – e fa qualcosa! Non si decide! Mancano pochi minuti alla mezzanotte! Tra poco sarà il primo giorno della Luna dei Morti! Non può nascere per la Luna dei Morti! Gli occhi di Veliar erano sempre più sgranati e fissavano fuori, verso il nulla.
- Finiscila di agitarti così! –Luchretia era al limite della sopportazione - Cosa ci possiamo fare noi? Non può mica nascere quando lo decidi tu! Nascerà quando nascerà e…ngggaaahh… e quando lo vorranno gli dei! Ma cosa ho fatto per avere un magareci tale per marito?
- E quali dei? Kainus Yano, il dio dei morti? Eh? Vuoi che tuo figlio venga alla luce sotto la guida del dio dei morti? Come puoi volere questo?!
- Non c’entra quello che voglio io! Non possiamo fare altrimenti dobbiamo aspettare quando è il momento …tz… babun…
Il tempo passava e la notte si allungava fiacca tra i vagon silenziosi. Per molto tempo non si sentì che il rumore monotono dell’acqua insistente, quando…
- AAAAHHHHH!
Per l’urlo, Veliar cadde dalla sedia sulla quale si era assopito e carponi raggiunse il letto dove si trovava la moglie – Che fa? Che fa? Mica nascerà adesso! Non gli permetto di nascere adesso! – la voce dell’uomo tremava per l’agitazione.
- Allontanati Veliar non ho tempo di ascoltare le tue idiozie!
- Lascia fare a me sestra Lhucretia, vedrai che andrà benissimo!
- Allora? E’ vero? Sta nascendo ora? Dimmelo stupida balia!- La voce di Veliar era un misto tra sconcerto e disperazione.
- Modera i termini, giovane alemarita, quello che dovevi fare l’hai fatto, quindi adesso alza i tacchi e lasciami lavorare in santa pace!
- Ma adesso è tutto inutile! La mezzanotte è già passata! E’ il primo giorno delle Calende Nere!
- VELIAR ESCI SUBITO! L’uomo fu spinto fuori della stanza in malo modo mentre continua a sbraitare - Maledetta balia, è mia moglie quella, ho il diritto di st…
Veliar si bloccò e si girò di scatto come se qualcuno lo avesse punto in mezzo alle scapole con un succhiello.
La vecchia sorrideva leggermente. Veliar, ancora stordito dal chiasso della soba, guardò prima lei e poi le altre due minute vecchiette alle sue spalle. Sedevano tutte intorno ad un braciere fuori della camera, mute ed immobili come se le travi del pavimento le avessero vomitate fuori dal nulla.
- Chi…chi siete voi? Chi vi ha fatto entrare? Mia moglie sta partorendo non potete stare qui…
Le tre vecchie erano avvolte in lerci mantelli neri, coperti di fango fino quasi a metà, come se avessero percorso un lungo tratto tra la melma per raggiungere la carovana. Si erano involtate nei manti fin sulla testa e i cappucci e la penombra le aiutavano a celare in parte i visi alla vista del giovane alemarita. Ciò che inquietava maggiormente l’uomo era che si portavano appresso uno strano odore di terra e foglie marce.
La prima vecchia, che stava ancora sogghignando, si girò verso l’uomo fissandolo con occhi piccoli e pungenti.
- Che modi sono questi, Veliar… non intendi dare ospitalità a delle vecchie baka infreddolite in una notte burrascosa come questa? La voce dell’anziana donna era leggermente gracchiante e si sforzava di mantenere un tono di cordialità.
- Io…come conoscete il mio nome? Siete le sestre di divinazione di mia madre? Non vi ho mai viste…Perché lei non è qui con voi?
Il giovane alemarita mostrò un sorriso a mezza bocca che nulla aveva d’allegro e che faceva trapelare la sua insicurezza…
- Tua madre ci ha mandate a controllare l’esito del parto…a scongiurare perché vada tutto bene…sai non se la sentiva di venire di persona ad assistere alla condanna di uno sventurato… Veliar si riprese per un momento colpito dalle parole pungenti. - Sventurato? Sventurato?! Ma come vi permettete! Non siete state invitate, non so nemmeno chi siete quindi uscite subito dal mio vagon!
L’espressione sogghignate della baka resta immutata mentre la voce cambia diventando quasi un sibilo
- Come osi mancare di rispetto a tre baka anziane! Che penserà di te la tua cara mammina?
- Certo che oso! Siete entrate senza permesso e avete anche il coraggio di offendere mio figlio…
Il sorriso accennato della vecchia baka si trasformò in una risata gracchiante che risuonò per tutta la stanza trasformandole il volto in una maschera ghignante. Le due vecchie alle sue spalle l’accompagnarono con risolini striduli.
- Ah povero sciocco…sapevo che non avresti capito…lo sventurato non è tuo figlio… sei tu!
L’odore di muschio e marciume aveva ormai permeato tutta la stanza ed era talmente forte che a Veliar pareva di non riuscire a respirare. L’afrore gli stava facendo dolere la testa.
- Io? Stai delirando baka, non…
- Non è una nascita fortunata questa non trovi? Una notte da lupi…acqua incessante…per non parlare dei segni… La voce cantilenante della baka s’insinuava nella testa di Veliar come l’acqua insidiosa s’infiltra tra i muri corrodendone le fondamenta. Il giovane cominciava a dar segno di debolezza…Intanto le fiamme delle candele sembravano smorzarsi e nel carro la luce si faceva sempre più tenue.
- Io…segni? Di che parli?
- I segni…i segni di mala sorte… Molti segni hanno preannunciato la nascita sventurata di tuo figlio, Veliar…. Stamani ho visto un cane nero che si aggirava intorno alla carovana…
- Un cane, un brutto cane nero! Con occhi rossi e denti appuntiti! Le due baka che prima stavano intorno al braciere si erano avvicinate alla terza sorella e dalle sue spalle si alternavano con i chiacchiericci lamentosi.
- Ne abbiamo molti di cani qua intorno, non significa che…
- L’ho sventrato e ho letto le sue viscere…Parlavano di sventura Veliar…dicevano che stanotte non è una buona notte per venire al mondo. E i fondi del tè. E le stelle. E gli uccelli! Abbiamo visto una civetta appollaiata sulla nostra finestra per sette giorni, vero sestre? E’ un brutto presagio, le civette sono i messaggeri degli spiriti maligni…
- Si sestra è vero! I volti delle vecchie fattucchiere erano animati da ghigni e strane smorfie e fissavano Veliar che sembrava sempre più intimorito…
- Io...non …non vi credo…
- Ah lui non crede! Non crede!
- Ma non eri tu che non volevi che tuo figlio nascesse ora? Che non sopportavi di vederlo guidato dal dio dei morti? Non avresti preferito…altro? La voce della piccola baka era diventata suadente e cominciava a far breccia nella testa confusa di Veliar…
- Sì ma…
- Io ti conosco bene Veliar… tu non sei un tipo da famiglia…tu sei un giramondo…ami le feste e le belle donne…ti sei sposato in fretta, accecato dal desiderio… ma non avevi pensato ad un figlio … sei sicuro di riuscire ad affrontare tutto questo? Di saper essere un buon padre? Il padre di uno sciagurato?
- Sciagurato! Sciagura! Sciagura! Il coro delle due fattucchiere si ripeteva e ripeteva…
Le tre vecchie si avvicinavano sempre di più all’uomo puntandogli contro le dita ossute e spingendolo verso la parete alle sue spalle…Il temporale fuori infuriava ma nonostante questo qualcosa era cambiato nell’aria, sembrava come se il tempo si fosse fermato. Veliar non riusciva a capire cosa fosse finché non si accorse che le vecchie avevano smesso di cantilenare in coro e ora lo stavano fissando tutte con sorrisi candidi che però nulla avevano di benevolo.
- Il bambino! Il bambino è sfortunato, Veliar! E’ maledetto! Nascerà pazzo! O storpio! O peggio! Vuoi questo? Eh? Vuoi essere padre di un mostro? Sembrava che la vecchia si trattenesse a stento dall’urlare.
- No! No, non voglio! Lasciatemi stare! Andate via! L’uomo era soggiogato dalla voce ammaliante e si era rannicchiato nell’angolo con le mani sulla testa. Nel suo cervello una voce martellante ripeteva “Mostro”.
- Povero ometto smarrito…Non possiamo lasciarti solo in questa situazione incresciosa! Siamo qui per questo! Noi…vogliamo solo…aiutarti…
- …A - Aiutarmi? E come?
- Liberandoti da questo enorme peso…da una responsabilità che non sei pronto ad avere e che non meriti!
- Si…si …non la merito…
- Dallo a noi.
- C - come?
- Dallo a noi il bambino. Una volta nato non porterà che sventure nella tua famiglia. Nella nostra carovana! Venire al mondo per le Calende Nere… non hai idea di quante nefandezze dovrà sopportare! Perché non lasci che le vecchie baka ti aiutino a liberarti da questo fardello… a liberare il piccolo da una vita di stenti! …Potrà essere molto utile a tutti se ce lo consegnerai!
- Già utile! Utile a tutti! Ribatterono le altre due sottovoce.
- Sai, i cani e gli uccelli funzionano, ma niente è più potente e sicuro per scrutare la sorte delle calde e pure viscere di un pargolo nato sotto i raggi della luna dei morti, e sono così rari…da trovare, così rari…
Veliar fissava con occhi sgranati la bocca della vecchia che si muoveva incessante ripetendo le parole che non riusciva più ad udire, e anche se solo per una attimo, gli parve che i denti giallastri della donna fossero diventati piccoli e appuntiti.
Veliar stava per parlare quando la porta si aprì d’improvviso facendo entrare vento e pioggia gelida. Una figura imponente apparve davanti all’entrata e chiudendosi la porta alle spalle si avvicinò a Veliar. Era la Grande Baba Josipina. Le tre vecchie indietreggiarono intimorite. La donna rivolse uno sguardo minaccioso al figlio che la osservava inebetito e dopo avergli dato uno schiaffo sonoro, chiese - Non vai da tua figlia? In quell’istante il pianto di un bambino riempì l’aria, allentando la tensione creatasi durante la lunga attesa.
- Madre! Ma le baka… mi hanno detto che…
Veliar si voltò. Le tre vecchie erano scomparse.
Dentro la soba, Lhucretia, sfinita dallo sforzo ma felice, aspettava con la bambina in braccio. Il marito le si avvicinò timidamente…
- Hai visto? Avevo ragione io…è una bambina bellissima…
- Già… - rispose Veliar - … hai sempre ragione tu…
L’uomo prese in braccio la piccola che rimase tranquilla e sonnacchiosa sul petto del padre. La Grande Baba gli si avvicinò con un’espressione dolce sul viso… - E’ questa dunque la nuova stella nel cielo di stanotte?
- Sembra di si…è così bella…
- Avete già deciso un nome?
- Non ancora…
- Va bene dunque. Josipina sceglierà per voi. Si chiamerà Malusha. Il suo nome caccerà la mala sorte. Veliar si avvicinò alla finestra. La mattina era pronta ad arrivare. L’aria era limpida e pulita e aveva smesso di piovere da tempo.
- Le ore prima del sole sono le più belle secondo me – la voce della grande Baba era quasi un sussurro - Ti invitano ad aspettare qualcosa di splendido. Sii felice figlio mio. Malusha è una bimba fortunata. I temporali notturni portano bene, non lo sai?
Detto questo la vecchia fattucchiera si allontanò sorridendo. Veliar rimase ancora un po’ con la bambina in braccio a guardare sorgere il sole. Il primo sole del primo giorno della Luna dei Morti.
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mercoledì, 11 febbraio 2009 - 23:04
In --->
crocevia
Bienvenudi lettori!!!! dopo l'esilerante sogno di Kohorta Baba ecco a voi l'inizio del disastro di Veliar Oghareva, il padre delle due sciagurate sorelle Oghareva e oghareva Zora :)
Buona lettura, spero!
Ahh, che bello il concilio di Corcovlad!!! I fuochi, le danze, il vino!! Tanto vino e pure buono! Forse anche troppo di vino… difatti ho un toppa!! Era da tanto che non me ne veniva una così. Ma… come mai ora mi metto a pensare come se stessi declamando una delle mie tante storie???
- Veliar… tu non la stai pensando, la stai proprio raccontando!!
- Oh, davvero? Allora sto vino è proprio forte…ahhhh mi stendo un po’, allora
- Ehm… sei già steso! Ahahahah guarda ce l’ha proprio brutta e forte sta toppa! Noi andiamo all’altro falò, stanno giocando a dadi. Ho scongiurato fuzuka per tutto il viaggio fino a qui, sento che verranno fuori dei bei tiri! a dopo Veliar –
Veliar fece un lieve e sconclusionato gesto di saluto verso i compagni mentre un sorriso sornione si dipingeva sul viso, con gli occhi lucidi dal bere. Era un giovane sulla venticinquina, con occhi chiari e capelli scuri, trattenuti da un codino. Aveva preso un gran bella toppa, quella sera. A mala pena si ricordava di dove era, di come era giunto lì e chi era, ma poco importava, perché era a Corcovlad, il raduno di tutte le carovane, luogo di riunione ma anche di festa! Stava dedicando tutto sé stesso a godersi appieno la serata e che serata, piena di danze, vino, musica ed ognuna delle carovane aveva preparato intrattenimenti particolari. era notte tarda e mentre molti erano andati a dormire, altri ancora festeggiavano, davanti ai grandi fuochi con sempre accanto qualcosa da cuocere e non molto più distante qualcosa da bere. L’alemarita cominciava ad essere stanco, ma nonostante questo lo sguardo vagava vigile, scorrendo ogni fuoco e osservando le persone intorno ad esso.
Stava quasi per cedere al sonno, quando i suoi occhi chiari furono colti improvvisamente da un movimento di veli colorati e quello delle gambe di una danzatrice, che gli fecero perdere completamente il sonno che prima sentiva così vicino. Snella, dai grandi occhi scuri, bocca carnosa, con capelli fini e bruni, mentre vesti rosse e campanelli suonavano e svolazzavano intorno al corpo bronzato della fanciulla. Tutto questo, solo ad un primo sguardo, ma Veliar aveva occhio per le donne, aveva già avuto molte donne e chissà quante ne erano nati da incontri occasionali. Mai quanto il famoso giovane Ullian Goska, di qualche anno più giovane di lui, ma anche lui si dava da fare. In più, la toppa da ubriaco, rendeva tutto più appetibile e la fanciulla, sicuramente bellissima, sembrava ora la rappresentazione della dea Ellesham in quel momento! Si alzò, arricciando un angolo della bocca, per poi, con le mani in tasca, avvicinarsi al falò con passo spavaldo e silenzioso. La ballerina stava eseguendo una danza in compagnia di altre fanciulle, così simili di tratti da sembrare sorelle, ma a lui pareva che quella fanciulla spiccasse come un fiore esotico tra le altre. Attese pochi istanti e al momento opportuno le afferrò delicatamente la mano, scostandola dalle altre e dalla danza in corso. Gli occhi di lei si posarono su di lui, sorpresa da quel contatto diretto, ma senza scostarsi. Le sue guance rosse e la risata facevano presagire che anche lei fosse ubriaca.
- Oho, quale fiamma danza intorno a questo falò? La fiamma più bella tra tutte, e forse anche la più calda, direi. ho forse errato, dolce fiammella?. -
il giovane aveva una voce calda, mentre con gesti eleganti faceva un mezzo inchino alla bella fanciulla. Sembrava perfettamente lucido ora, perfettamente vestito, assolutamente affascinante. la giovane rise, con una risata argentina a quelle parole, accostandosi a lui, con gli occhi scuri languidi ed inclinando il capo di lato. Eh si, Veliar aveva proprio scelto bene.
- Più calda? Non saprei, vuoi provare a mettere la mano sul fuoco, Alemarita? -
la voce di lei era suadente. Sembrava stare al gioco del giovane Oghareva e a lui certo non dispiaceva.
- Chiamami Veliar, dolce fiamma, sarei in effetti curioso... a… -
Stava per terminare la frase, ma la danzatrice si mise a ridere, barcollando un poco per poi mettere le braccia intorno al collo del bardo, baciandolo con le morbide labbra. Beh, era di certo una risposta affermativa! Lei stessa, in passi lievi e leggeri, sembrò trasportare il giovane via dalle luci dei falò, per avvicinarsi al buio bosco. fino alla mattina successiva…..
Il sole splendeva e penetrava impertinente tra le fronde degli alberi che coprivano due figure seminude, giacenti su dei grandi e colorati teli stese uno accanto all’altra, in un dolce abbraccio. Una smorfia di fastidio pervase Talitha, ora che la luce batteva sugli occhi, risvegliandola, con un forte mal di testa. eh si, forse aveva bevuto troppo la sera prima. Ma il vino della benedetta Ellesham non si poteva rifiutare e perché farlo, in una giornata propizia come quella del giorno precedente? Stiracchiò le braccia, sentendo piccoli brividi di freddo scorrerle per il corpo. Ma dove era?? Spalancò gli occhi ora notando due braccia forti intorno a lei, quelle di un uomo.
- Oh…
La fanciulla disse poco altro. aggrottò leggermente la bella fronte ed arricciare le labbra in un sorriso. Cominciò ad osservare il giovane accanto a lei. In effetti, era proprio un bel giovane. Il naso dritto, i capelli scuri ora sciolti incorniciavano un viso affascinante. Con gli occhi stretti in una espressione birichina, la giovane fece scorrere l’indice dalla fronte fino a toccare la punta del naso di Veliar, ridacchiando. Gli occhi chiari del giovane bardo si aprirono, all’inizio infastiditi dalla luce, poi straniti alla vista della compagna della notte. Scosse la testa, come per schiarirsi le idee, per poi fare una strana espressione pensierosa. Si mise seduto, senza gesti affrettati, cominciando a dondolare il dito davanti a sé. La Danzatrice si mise stesa, con i gomiti poggiati a terra e il viso sopra le mani e un largo sorriso dipinto sulle belle labbra, mentre al collo un piccolo ciondolo d’argento raffigurante un’arpa con una mano che tratteneva una coppa dondolava lievemente. L’unica cosa che aveva addosso, a dire il vero.
- Veliar, giusto?
- Eh? Ah, si è il mio nome! Ohh, la bella fiamma di questa notte…devo dire che ho comprovato che avevo ragione…
- Ahahah, beh sai, Ellesham ci tiene alle sue devote… comunque…il mio nome è Talitha. -
- Talitha…non conosco nessuna Talitha ma ti sta benissimo, mia cara, dolce compagna di questa notte!
Quale miglior compagnia avrei potuto desiderare? -
- Nessuna, su questo sono sicura. -
Ll giovane alemarita alzò sorpreso entrambe le sopracciglia
- Ahaha, sei forse una Goska per poter asserire questo Talitha? Perché sembreresti molto sicura di te, giovane fanciulla, per quanto in effetti…-
La giovane rise, scrollando la testa con insieme i mori capelli che ricadevano sulle spalle dolcemente.
- No mio caro Veliar ma la dea sceglie bene le sue accolite - detto questo strizzò l’occhio.
- soprattutto tra le Zora.
Veliar cominciò a ridere con lei per poi spalancare improvvisamente gli occhi, guardandola attonito, posando le mani sul terreno.
- Per la miseria… ma… sei una Zora??? -
La danzatrice aggrottò la fronte, guardandolo stranita. In fondo tutte le carovane erano amiche e gli Zora erano rinomati per la loro ospitalità.
- Direi di si… -
Non fece in tempo a terminare la frase che già il giovane aveva cominciato a riprendere le sue cose, infilandosi velocemente la camicia bianca imprecando a mezza voce, quasi come uno spiritello di chissà quale natura si fosse impossessato di lui.
- Oddiooooo Ellesham penitente!!! Che disgrazia, che disgrazia, chissà che mi dirà la baba!! sono fritto morto!!! morto fritto! Cavolocavolocavolo, lo sapevo lo sapevo!!!!!!!! –
Talitha si stava innervosendo. Cosa rara per una sacerdotessa della bella signora. Si mise in piedi, portando le mani sui fianchi guardando dall’alto in basso l’alemarita, che sembrava ora desideroso di allontanarsi il più in fretta possibile da lì.
- Cosa dovrebbe dirti la tua grande fattucchiera Veliar? -
L’alemarita guardò Talitha dal basso, mentre stava abbottonando l’ultimo bottone ora fermandosi ad ammirare come inebetito la giovane, completamente dimentico di ciò che si era prefisso. Beh, non che ci volesse molto a distrarlo… e le donne sapevano farlo benissimo, anche senza che loro lo volessero! scosse la testa, riprendendo il controllo di sé, cominciando a darsi qualche botta sulla testa, come a darsi dello stupido.
- Ahahah, Talitha…Talitha Zora. Io sono Veliar Oghareva. –
detto questo le porse la mano sinistra, attendendo la sua reazione. Talitha rimase per qualche secondo interdetta, per poi non riuscire a trattenere anche lei una risata più nervosa che divertita.
- ahah…Oghareva… iettatore!!! Non so, ma non mi sei parso così…disgraziato, mettiamola così.
- nemmeno tu così incosciente.
- …
- …
- forse è stato il vino.
- direi di si
I due scossero la testa, per poi ricominciare a rivestirsi di tutto punto, non dicendo più una parola sebbene sguardi in tralice andassero da l’uno all’altro. Veliar portò un altro sguardo alla bella fanciulla, facendo un gran sospiro, per poi avvicinarsi con pochi passi a lei, che si stava ravvivando i lunghi capelli bruni, come ad avvicinare la mano alla sua spalla, mentre boccheggiava leggermente. Talitha d’altro canto fece un respiro profondo, per poi girarsi con sguardo deciso verso il bel bardo, con le mani sui fianchi e il mento in alto, in segno di sfida, sebbene il carattere deciso non corrispondesse alla piccola statura della giovane.
- hai da dire qualcosa?
- che a questo punto non te la prendere mia cara ma…
- ma cosa insinui? Mica ho intenzione di sposarti per una notte passata insieme o altro??? tanto più che se le nostre carovane sapessero quello che è successo sai quante storie farebbero? Per quanto mi riguarda, non ci siamo mai visti!-
Veliar aggrottò la fronte, ora scoprendo del tutto la maschera di falsa timidezza che stava portando, guardando con occhi di brace la giovane-
- Ah è così? Meglio, solitamente è una gran casino lasciare voi donne, ma fortunatamente sembra che ne abbia trovata una oltremodo “comprensiva”
- Anche troppo, Oghareva. Spero di non ricontrarti!
- Se è per quello, nemmeno io! Che gli spiriti ti portino!
- Che la fuzuka ti accompagni Oghareva!
Il bardo cominciò a ripercorrere la via a ritroso, impettito nel suo malumore. Ma tra tutte le carovane che c’erano, tra tutte le belle fanciulle, proprio con una Zora bisbetica si doveva invischiare! Beh, meno male che non ci sarebbero state conseguenze e Luchretia non lo avrebbe mai scoperto. Scrollò il capo, cercando di scrollare con esso il malumore, avviandosi per il rigoglioso bosco. Erano le prime luci della mattina ed il sole filtrava tra gli alberi. Poco durava il cattivo umore sul viso di Veliar e già si stava dissipando, alla vista della radura, con i fuochi spenti ma con le braci ancora fumanti. Alzò un sopracciglio alla vista di una persona inaspettata. I mille pettinini di osso di volpe erano tutti al loro posto, con l’elaborata acconciatura che ricadeva ordinata sulle spalle, incorniciando un viso non più giovane, ma comunque affascinante. Josipina Oghareva. La grande baba della loro carovana. Sua madre. Occhi chiari guardarono in quelli del figlio, severi, mentre già dall’espressione si capiva che aveva un rospo che doveva far uscire. Veliar Inghiottì a vuoto per avvicinarsi, come nulla fosse successo, alla madre.
- Mamma! Come stai stamani? Ti vedo in gran forma!!! Ero giusto giusto andato a…
- ...A salutare la fanciulla Zora che ti sei portato questa notte nel bosco. E non dire che avete solo parlato,
conosco troppo bene certe cose e troppo bene mio figlio! Sei un incosciente! Hai lasciato Lhucretia da sola, brutto figlio debosciato!
- Ma…
- Niente ma!
- Ma...
La donna con unghie lunghe portò l’indice sulla guancia, mentre gli occhi si voltarono verso il figlio come a trapassarlo da parte a parte.
- In che modo posso ora esorcizzare tutta la fuzuka che hai addosso, figlio debosciato???
- lo so io madre!!!! vado subito!! Faccio…faccio da solo, farò tutti i riti che vorrai! Giuro, giuretto! Ma dopo, eh, moooolto dopo…
Non aspettò la risposta dell’alta fattucchiera, che rimase immobile, osservando il giovane scappare alla chetichella. l'anziana donna tirò un sospiro aggrottando la fronte, pensierosa.
- Già i riti…non credo che stavolta basteranno…non hai idea che guaio ti sei andato ad invischiare, figlio mio!
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- …e quindi, cari brat e sestre, somme baba e illustri gospodari, venerabili djed e baka di Alemar tutta, vi annuncio che Ullian Goska non è stato confermato Velik Baba della Contea della Mano del Fato per il prossimo quinquennio…
A quelle parole, Katrinaea Goska afferrò con violento entusiasmo le spalle del consorte, scuotendolo con emozione a stento trattenuta.
- Sìììììì, evvai…. – gli bisbigliò emozionata e commossa all’orecchio, mentre calde lacrime di sollievo rigavano le sue guance imporporate dalla più sfrenata felicità – Siamo liberi!!! SONO liberaaaa!!! Liberaaaaa!!! LIBER….
- Sssst, mia cara… - replicò in un sussurro Ullian, con la solita espressione controllata e sorniona – Aspetta che abbia finito l’annuncio, almeno…
- Liberaaaaaa…. Liberaaaaaa… che mi importa… sono liberaaaaa… HA! Mai più giocare coi folletti oscuri! Mai più cloache alate a frugare fra le mie preziose budella! Mai più maimunskji maskirajuci con gli occhi di ghiaccio a prendermi per il culo! Mai più noiosi codici! Mai più obblighi diplomatici! E, soprattutto, mai più viscidi serpenti sathòriani ad incrociare il mio passo!!!!! AAAAHHHH!!!! Liberaaaa…liiiibeeeeraaaa!!!!
- …ma, per il suo indubbio impegno nella risoluzione dei problemi della nostra amata terra, per la sua evidente solerzia nel liberare Alemar dal fuzuka che la affligge, per la sua confortante presenza attraverso ogni avversità e nei momenti più bui, per l’indiscutibile forza d’animo dimostrata dinanzi agli scherzi del Fato… in via del tutto eccezionale abbiamo scelto una DONNA come guida della nostra comunità… Il consiglio dei baba e dei gospodari nomina quindi KATRINALEA GOSKA Velik Baba della Man…
- NOOOOOOOOOOOOOOONONFATEMIQUESTONOOOOOOOOOOOOO!!!!!!!!!!!!
* * *
Katrinalea Goska si svegliò in un bagno di sudore.
- Che Fuzuka mastichi le mutande di Velik Babùn, maledetto lui, era solo un sogno…- farfugliò risistemandosi sul cuscino - Eeeeh… meno male… meno male che non sono davvero una cont… una cont… una contessAAAAAAAAAAAAAAAAARGHHHHHULLIANTAMMAZZOOOO!!!!
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